Rilettura di “Cime tempestose” di Emily Brontë- come mi ero persa la parte migliore del libro

Sulla scia dell’uscita del nuovo adattamento di Emerald Fennell (che a dire il vero non ho ancora visto), ho deciso di rileggere Cime tempestose di Emily Brontë.

E niente, dobbiamo dirlo: dopo quasi duecento anni, questo libro spacca ancora.

Tutto è folle, eccessivo, sopra le righe, eppure è impossibile non restarne agganciati come davanti a un incidente ferroviario emotivo che coinvolge più generazioni, vari matrimoni sbagliati e una quantità sospetta di persone che muoiono per ragioni pretestuose.

Rileggendolo, però, mi sono resa conto di una cosa che a quindici anni mi era completamente sfuggita (all’epoca avevo in testa l’adattamento con Ralph Fiennes, quindi il giudizio era inevitabilmente compromesso dagli ormoni): la parte migliore di Cime tempestose non è la storia d’amore, ma il fatto che sia un racconto di gossip.

Il romanzo è infatti la cronaca dei fatti narrata dalla domestica Nelly Dean a un certo Mr Lockwood, che poi li racconta a noi.

In pratica, due persone fanno duecento pagine di pettegolezzi sui vicini di casa.

Me li immagino benissimo: lui a letto annoiato e lei che parte con “ma no, non dovrei dire niente…” e poi gli riversa addosso vent’anni di drammi familiari (anche io voglio una Nelly che mi intrattenga quando sto male).

Nelly è un personaggio meraviglioso perché, almeno per quanto riguarda Catherine 1 e Heathcliff, incarna perfettamente l’archetipo del “non mi pagano abbastanza per preoccuparmi di questa roba”.

Ha solo pochi anni più di loro, è cresciuta con loro, ed è la classica figura che guarda due adolescenti emotivamente ingestibili e giudica che stiano facendo un gran cine per niente (spoiler: ha ragione.)

È invece molto più affettuosa con la generazione successiva, anche perché li ha praticamente cresciuti lei e, dettaglio non trascurabile, ha fatto un lavoro infinitamente migliore dei suoi predecessori.

C’è poi una comicità involontaria irresistibile nel vedere Heathcliff, prototipo dell’eroe byronico, che reagisce a qualsiasi cosa con livelli di intensità che oggi farebbero scattare ogni genere di red flag :si butta per terra, urla, minaccia di ammazzare qualcuno, si sbatte la testa contro un tronco (sì, davvero!) e Nelly che lo demolisce con due frasi di puro buonsenso.

Catherine ha deciso di lasciarsi morire di fame? “Ma per favore”.

Isabella scappa di notte per sposare l’uomo sbagliato? “Non sono pagata abbastanza per intervenire”.

Ogni tanto va detto che anche le sue analisi cannano, ma è comprensibile: in Cime tempestose la gente fa perlopiù cose senza senso e muore per motivi come “eccessiva tristezza, “si sente bene ma tutti hanno deciso che sicuramente morirà”, “è di costituzione debole” oppure “sente che la sua vita è alla fine”.

Credo che questo romanzo andrebbe anche ricordato a tutti gli entusiasti dello “show, don’t tell”, perché Cime tempestose è tutto tell, ed è proprio per questo che funziona.

La forma più pura e antica di narrazione, alla fine, è sempre quella: farsi gli affari dei vicini di casa.

In conclusione: consiglio a tutti di leggerlo, non perché sia una grande storia d’amore (i due protagonisti originari sono due stronzi), non solo per il suo innegabile valore artistico, ma soprattutto perché Cime tempestose è quel libro che ti ricorda che il romanzo ottocentesco non era affatto educato o edificante: era dramma puro, una wild ride di eventi assolutamente folli su gente emotivamente ingestibile, raccontato da una domestica con una pazienza finita nel 1771.

Ed è per questo che, dopo duecento anni, Cime tempestose spacca ancora.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑