Recensione di “Strike” (serie tv)

“Strike” è la serie tv tratta dai romanzi polizieschi di Robert Galbraith, alias JK Rowling.
È prodotta dalla BBC e non è ancora uscita in Italia, ma è facilmente reperibile online.

La serie ripercorre le vicende dei primi tre romanzi, seguendo le indagini del veterano di guerra diventato detective privato Cormoran Strike e della sua assistente Robin Ellacott; è stata prodotta da JK Rowling, la cui presenza dovrebbe assicurare fedeltà ai romanzi originali. Purtroppo non è proprio così: come i film di Harry Potter, che comprimevano fino all’inverosimile le vicende del giovane mago e dei suoi amici, anche la serie di Strike sembra premere costantemente il piede sull’acceleratore: bisogna fare in fretta, quindi gli indizi vengono spesso ottenuti in modo molto diretto o addirittura appaiono in alcune scene senza che si capisca come siano arrivati lì. Le vicende sono modificate e semplificate: se alle volte questo è comprensibile, in altre invece i cambiamenti sembrano rendere la trama ancora più involuta e incomprensibile.
Da questo punto di vista la prima stagione è decisamente la migliore, anche perché si articola su tre puntate, mentre le successive ne hanno soltanto due.
È un po’ un peccato perché si intuisce che un respiro un po’ più ampio permetterebbe di capire meglio l’eleganza degli intrecci dei romanzi.
La serie tuttavia ha anche molti meriti: se le indagini sono rese in modo un po’ sbrigativo, lo stesso non si può dire dei personaggi, che sono ben approfonditi e interpretati.
I fan più pignoli (tipo me) storceranno il naso nel vedere Tom Burke nei panni di Strike, in quanto molto più bello e magro della sua controparte letteraria: l’attore però si è calato molto bene nella parte del detective ombroso e di poche parole, e la sua interpretazione risulta molto convincente. Come molti attori inglesi, Burke punta molto sulla voce e sulla fisicità. Ho apprezzato molto il fatto che nei momenti di maggiore fatica accentuasse la zoppia di Strike (che ha una gamba amputata) e che la tensione del personaggio venisse riflessa dai suoi movimenti.
Holliday Grainger è perfetta nel ruolo di Robin e la chimica tra i due scorre a meraviglia, per la gioia degli shipper: in effetti la trama non lascia molto spazio a risentimenti e incomprensioni e quindi i due sembrano andare sempre d’amore e d’accordo, tra sorrisi intriganti (lei) e occhioni da cucciolotto (lui).
Un altro personaggio che beneficia dai tagli alla sceneggiatura è sicuramente Matthew, l’odioso (nel libro) fidanzato di Robin, che qui, al netto della condiscendenza verso la futura moglie e dell’atteggiamento passivo-aggressivo, nel complesso non sembra avere tutti i torti.
Anche i caratteristi, che interpretano personaggi più o meno importanti nel corso delle indagini, sono sempre ben caratterizzati e spesso è solo la loro bravura che colma le voragini nella sceneggiatura.
La serie regala anche delle belle ambientazioni, e si intuisce bene il contrasto tra la Londra più popolare e quella dell’inquietante upper class, che è oggetto di molte riflessioni nei romanzi.
Nel complesso, consiglierei la serie ai fan di Strike e soprattutto a chi è intrigato dal rapporto tra i personaggi ma temo che chi non abbia letto i libri non capirebbe molto delle vicende.

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