Recensione di “Pelle di foca” di Melania D’Alessandro

“Pelle di foca” è un romanzo uscito da pochi mesi, scritto e autoprodotto da Melania D’Alessandro.

Il libro, ambientato in una piccola isola irlandese,  racconta le vicende di Brennalyn, una bambina ritrovata in fasce sulla spiaggia la notte di Samhain (Ognissanti) dal pescatore Fergus McNamara: l’uomo, provato dal dolore della recente perdita dell’amata moglie, Maire, decide di prendersi cura della bimba e di adottarla, ma la superstizione e le credenze del piccolo centro calano un’ombra su tutto il loro rapporto. Brennalyn infatti ha le mani palmate, i capelli e la carnagione molto scure ed è stata ritrovata vicino al mare nella notte dei defunti: per questa ragione viene immediatamente associata alle selkie, creature del folklore popolare che erano di fatto donne-foca, cioè foche che si toglievano la loro pelle per danzare nella notte di Samhain sulla spiaggia.

Fergus, pescatore superstizioso e semplice, sembra anch’egli convinto del fatto che Brennalyn sia una selkie, pertanto la cresce con la paura che un giorno ritornerà tra le sue simili e lo abbandonerà: questo timore e questa credenza influenzano tutta la vita della bambina, che cresce emarginata e trattata come un mostro.

Si tratta di un romanzo di formazione che segue la crescita di Brennalyn e, contemporaneamente, la maturazione del personaggio di Fergus, uomo buono e volenteroso ma spesso debole e superstizioso. Ho trovato i personaggi e la loro evoluzione molto credibili e gestiti molto bene, cosa che porta il lettore ad affezionarsi e, allo stesso tempo, ad arrabbiarsi con loro quando sbagliano o fanno qualche sciocchezza.

L’ambientazione irlandese la fa da padrona, con un grande approfondimento alle leggende e alle tradizioni folkloristiche dell’isola: infatti, sia Fergus che Brennalyn sono appassionati di “storie”, cioè dei miti irlandesi, e amano raccontarli e scriverli, spesso modificandoli secondo il loro gusto e umore. Tuttavia, è proprio l’interesse per il folklore a creare di fatto l’antagonista più importante: la superstizione. Il piccolo centro in cui loro vivono è veramente convinto del fatto che Brennalyn sia una creatura marina in grado di maledirli e portare loro sventura, così la isolano, la maltrattano e la allontanano in ogni modo possibile, facendola vivere da reietta. Ho trovato molto ben fatta questa duplicità dell’ambientazione popolare e un po’ credulona, che è allo stesso tempo intrigante e deprimente, due facce della stessa medaglia. Questo aspetto viene descritto molto bene con  l’arrivo del personaggio di Declan, ragazzo quasi coetaneo di Brennalyn che soggiorna per periodi brevi sull’isola: figlio di un medico, il suo razionalismo contrasta spesso e volentieri con le credenze del luogo e dà voce alle obiezioni che il lettore si tiene dentro per tutta la prima parte del romanzo.

Il personaggio che ho trovato fatto meglio, però, è Fiona, la sorella di Fergus: la sua storia è gestita veramente in modo ammirevole, poiché si tratta a tutti gli effetti di un’antagonista per la quale è impossibile parteggiare, eppure ne esce come una delle più belle introspezioni psicologiche.  Infatti, l’arrivo della sorella di Fergus permette di parlare di una tematica delicata, cioè gli effetti a lungo termine di chi subisce per anni violenze domestiche. Vediamo entrambi i personaggi provati e reduci da un’infanzia violenta e difficile e, tuttavia, vediamo reazioni completamente diverse e, a tratti, egualmente sbagliate: Fergus è diventato pavido, debole, incapace di alzarsi e lottare per ciò che per lui conta, troppo preoccupato di allontanarsi da quell’aggressività tossica che ha imparato ad odiare. Fiona, invece, è diventata metaforicamente il suo carnefice: di lui ha apprezzato la rabbia, l’ha interpretata come forza ed è diventata lei stessa una persona difficile, pronta a prevaricare gli altri. Ho trovato piuttosto geniale il fatto che questi aspetti fossero stati inseriti “a sessi invertiti” rispetto a come si vede di solito.

La forma è estremamente curata, lo stile scorrevole nonostante le dettagliate descrizioni. Ho trovato la prima parte più sottotono rispetto alle altre due: la prima parte con l’infanzia di Brennalyn appariva più lenta, a volte molte scene sembravano pretestuose per raccontare le leggende irlandesi. La seconda parte cambia completamente marcia, fino ad arrivare alla terza che tiene letteralmente incollati al libro, con una tensione degna di un thriller.

Per concludere, consiglio questo libro agli amanti dei romanzi di formazione e degli appassionati dell’Irlanda e del suo folklore, perché merita davvero.

Pelle di foca

 

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