Recensione di “Le disobbedienti” di Elisabetta Rasy

“Le disobbedienti”, scritto da Elisabetta Rasy ed edito dalla Mondadori (Collana Le Scie), racconta della vita di sei pittrici in un mondo prettamente maschile e analizza le loro vite partendo dalle opere, collegate all’ambiente storico-culturale dell’epoca.

Si tratta di un libro molto particolare, di un genere che è difficile collocare utilizzando i criteri tradizionali. Dopo essere stata alla presentazione presso la Banca d’Alba (CN), organizzata dal Rotary Club Alba, ho potuto ascoltare la definizione data dall’autrice, che mi è piaciuta molto e che vi riporto. Non è né un romanzo vero e proprio, in quanto la scrittrice non ritiene opportuno fare fiction sulla vita di persone realmente esistite, né un saggio, in quanto la parte didascalica viene presentata sempre legata all’approfondimento dei sentimenti e delle passioni delle pittrici. Elisabetta Rasy l’ha definita una raccolta di sei romanzi, perché ogni artista aveva una sua storia a sé, una storia che andava raccontata e che l’ha conquistata. La relatrice, Barbara Lanati, ha parlato di un insieme di “ritratti” di narrativa non fiction, un’altra definizione che ho trovato molto calzante.

Il libro, come detto, è una raccolta di sei storie, sei mini-analisi di ogni artista, partendo dal Seicento e arrivando a metà Novecento. Abbiamo Artemisia Gentileschi, famosa pittrice seicentesca, con una storia difficile che è stata ampiamente romanzata (e forse troppo, vista la piega romantica data dal famoso film del 1997, “Artemisia. Passione estrema): figlia molto dotata di un celebre pittore, Orazio Gentileschi, prende lezioni da Agostino Tassi per migliorare la sua abilità nella resa dei paesaggi. Agostino la violenta e, dopo il suo rifiuto di sposarla, viene trascinato in tribunale da Orazio e Artemisia; il processo, agghiacciante, tratta la vittima come una colpevole (con modalità purtroppo molto simili a quelle del famigerato “Processo per stupro” di metà anni Settanta), costringendola a rispondere a domande umilianti e sottoponendola a tortura. Il capitolo dedicato ad Artemisia si chiama infatti “Coraggio”, proprio perché la ragazza sopporta tutto l’assurdo processo, sostenendo le sue ragioni nonostante le umiliazioni e le torture. La narrazione insiste non tanto sulla brutalità di questo processo (sebbene siano riportati gli atti ufficiali), ma su come questa forza e questa diffidenza verso il genere maschile emerga dai suoi quadri, in cui le protagoniste femminili lottano contro il maschio, in modo talmente violento (come in “Giuditta e Oloferne”), che oggi definiremmo splatter.

Il secondo capitolo, personalmente il mio preferito, è chiamato “Tenacia” ed è dedicato alla ritrattista Élisabeth Vigée Le Brun: mi è piaciuto particolarmente perché non conoscevo la sua storia e l’ho trovata davvero interessante. La donna deve ovviamente lottare per affermarsi in un mondo che non apprezzava particolarmente una figura femminile che si dedicava a tempo pieno a qualcosa che non fosse la famiglia, ma l’aspetto più peculiare secondo me era la sua abilità. Vigée Le Brun aveva infatti la capacità nei  suoi ritratti di cogliere la bellezza delle persone, anche di quelle che, secondo i canoni estetici vigenti, non erano considerate tali, oppure di coloro che, come ha messo in luce l’autrice con un paragone molto appropriato, non erano molto “fotogeniche”. Un caso particolare fu quello di Maria Antonietta, la sfortunata regina francese, la cui figura allungata e magra non era mai stata esaltata dai ritrattisti precedenti.  Vigée Le Brun diventa così la ritrattista di corte,  ma allo scoppio della Rivoluzione Francese sarà costretta alla fuga ed a un errabondo esilio nelle corti europee di dodici anni, pur di non dover “cambiare casacca”, come invece fecero in molti.

Nel terzo capitolo, “Irrequietezza” vediamo la storia di Berthe Morisot, famosissima pittrice impressionista. Inizialmente contraria al matrimonio, anche lei si dedica alla pittura suscitando per questo polemiche, ma va ancora oltre unendosi ad un movimento d’avanguardia, che suscitava all’epoca pungenti critiche. Il libro si sofferma molto sulle sue opere, sottolineando la capacità di Berthe, in quanto donna, di rappresentare in modo diverso le figure femminili: più naturali, inserite in un contesto quotidiano, non necessariamente sensuali o ammiccanti.

“Ribellione” è il quarto capitolo ed è dedicato ad un’artista che non conoscevo, Suzanne Valadon. Sebbene questa pittrice abbia avuto una vita avventurosa e abbia prodotto opere interessanti, fu il figlio a passare alla storia, Maurice Utrillo. La cosa che mi ha colpito maggiormente del suo ritratto (oltre ad una vita che si presterebbe a un film molto più di tante altre) è stata la sua scelta di dipingere ogni sfumatura della figura femminile, anche nella vecchiaia. Non la vecchiaia spaventosa e ripugnante di un Goya, ma quella normale, con donne anche molto belle, ma con un seno cadente e la pelle molle.

Il quinto capitolo, dedicato a Charlotte Salomon, è stato quello più sconvolgente per me, non soltanto perché si trattava di un’altra artista che non conoscevo. La sua biografia infatti ha tutto i crismi per essere definita tragica e la stessa Elisabetta Rasy ha  definito Charlotte una “vinta dalla storia”, poiché viene uccisa nel campo di concentramento di Auschwitz a soli ventisei anni. Eppure guardando le sue opere non respiriamo dolore e tragedia, bensì speranza, colori e forza: è proprio questo a rendere la sua storia così intensa e così capace  di entrarti dentro. Questo capitolo, “Resistenza”, è stato il più difficile da leggere, ma anche uno dei più emozionanti.

L’ultimo capitolo è infine dedicato ad una figura iconica, cioè Frida Khalo: è intitolato “Passione” e fa riferimento proprio alla sua vita così ricca di forza e sentimento, nonostante tutte le disgrazie e le malattie che ha dovuto affrontare.  Viene analizzato il suo rapporto tormentato col marito Diego Rivera, ma soprattutto la sua capacità di rappresentare con la stessa forza le sue passioni e i suoi dolori. Grande risalto viene infatti dato alla rappresentazione della malattia, dalla sua disabilità al suo aborto, senza edulcorare nulla e senza fare sconti.

In conclusione, si tratta di un libro interessante sotto molti punti di vista, in primis per la possibilità di conoscere delle artiste che non trovano grande risalto nei volumi di storia dell’arte, in secundis per poter vedere come i problemi delle donne dei secoli passati siano ancora così attuali: più di tutto, però, vi verrà una grande voglia di vedere (o rivedere, se li conoscete già) i loro dipinti meravigliosi.

Le disobbedienti.jpg

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