Racconto gratuito “Un giorno da befana” di Maria Carla Mantovani

6 Gennaio 2021 ore 10:30

Sono rincasata da meno di un minuto e già sono riuscita a mettermi in pigiama: questo è il mio vero potere, non quella cosuccia che ho fatto questa notte, poco ma sicuro.

Certamente portare in una sola notte tutti i regali ai bambini non è una passeggiata, ma per fortuna, a differenza di Babbo Natale, io ho molto meno lavoro. Non sono poi tanti a mettere la calza il 6 Gennaio, quest’anno ancora meno, forse a causa della pandemia. Per carità, non dovrei lamentarmi, non la potrei vivere una vita come quella di Babbo Natale: diciamocelo, io fatico davvero solo l’ultimo mese, una preparazione di questo tipo è più che sufficiente. Alla fine quanti credono in me? Qualche italiano e qualche europeo sparso tra il centro e il nord, niente che non riesca a gestire.

Babbo Natale invece… lui se la tira davvero! E fa bene, chi gli dice nulla. Lui fa solo quello nella vita: liste, preparazione giocattoli e dolci, logistica. Poi le renne! Quelle volano una sola notte e defecano come dieci allevamenti tutto il resto dell’anno. Mangiano, bevono, vanno portate a spasso…  sembrava una buona cosa trasformarle in animali domestici, eh? E invece! Non che lui non venga ripagato per il duro lavoro: tutti lo adorano, fanno film su di lui e soprattutto gli lasciano i dolci. A me mai niente. Non dico biscotti e latte in ogni casa (altrimenti sai quante soste in bagno!?), ma almeno una tisana calda ogni tanto, un ricambio di cuscino per la mia scopa…

Berta l’ho chiamata, la mia scopa. Ce l’ho dalla notte dei tempi, stregata ed efficiente, non ha bisogno di manutenzione, però… ehi, è un tubo di legno, non è mica comoda. Negli anni mi sono fatta dei cuscini, ma prendono in fretta la forma della scopa e lasciano troppo presto quella delle mie chiappe. Non è una passeggiata, insomma.

Che poi, a dirla tutta, il mio lavoro è alleggerito da un sacco di aiuti. Va bene, non ho i cento elfi che ha Babbo Natale, quel raccomandato, ma ho comunque l’aiuto di Santa Lucia, qui in Italia del Nord. Una fortuna che si siano messi a chiedere a lei i regali il 13 dicembre, un aiuto insperato.

Certo, la poveretta non è il massimo dell’organizzazione. Non ha più gli occhi e si rifiuta di utilizzare quelli che nostro Signore le ha fornito di ricambio.

“Senti, Befy, io sono abituata così,” mi ha detto proprio lo scorso mese, “mica ho mai insistito con te perché cambiassi la scopa e prendessi una delle renne dell’allevamento di Babbo. Rispetta la mia decisione.”

Io la rispetto, eh! Però una cieca alla logistica ci obbliga tutti a darle una mano in più, proprio nel mese in cui c’è più lavoro. Comunque non ho insistito: io Lucia la rispetto molto, lei mi capisce sempre. Anche lei non va d’accordo con quelle renne scagazzanti, fa come me, alla vecchia maniera.

L’unica cosa che un po’ mi rode è che sia lei sia Babbo Natale sono sempre rappresentati bellissimi, io invece come una vecchia mal vestita, con le scarpe tutte rotte. È successo una volta, una volta! Insomma, a voi non è mai capitato di togliervi le scarpe e scoprire di aver bucato i calzini?! Be’, è successo anche a me. Nel momento peggiore. Davanti a un bambino. Un grande pettegolo, lo ha raccontato a tutti. Che poi niente sarebbe successo se non fosse stata per quella stupida idea di Babbo…

Molti anni fa quel genio decise che dovevamo “giocare un ruolo più importante nell’educazione delle nuove generazioni”, cito testualmente. Vabbè, erano altri tempi, l’educazione voleva dire che se un bambino non faceva come dicevano gli adulti erano sculacciate. “Tempi più semplici,” ricorda sempre Babbo. Io non saprei, so solo che io quei maledetti carbone e aglio non li volevo portare. Dai, la vita fa già abbastanza schifo senza che un bambino si trovi come punizione una calza puzzona e sporca da parte di una sconosciuta.

“Gli servirà come monito,” mi aveva convinto Babbo.

Santa Lucia non si era fatta fregare: aveva usato la sua solita tecnica di fingere di andare nella direzione sbagliata, la “finta cieca”, come l’ho soprannominata io. Furba lei, ma io meno.

So solo che quella volta il carbone ha sporcato tutta la mia borsa magica, l’aglio mi ha impuzzato i vestiti e io sono arrivata mal conciata in una casa, inciampando e rompendomi i calzini. E se lo ricordano tutti!

Qualche accenno nella tradizione delle migliaia di volte in cui sono arrivata a casa dei bambini ben vestita, con il trucco a posto e i capelli profumati e in ordine? Niente!

È per questo che io il carbone non lo porto più. Vabbè, tranne quello colorato e dolce che spacca mezzi denti, perché mi piace. Non basta un errore per definire una persona e un regalo improvviso da uno sconosciuto può sempre rinfrancare la giornata.

Che sia messo agli atti, eh! Se vi ritrovate aglio e carbone nelle calze è perché i vostri genitori sono degli infami e danno la colpa a me.

La tradizione non mi ha mai trattato bene: leggo su Internet che ho le origini più assurde, addirittura una strega. Una strega? Ma secondo voi una strega, con tutti i poteri del mondo, passa l’eternità a portare regali? No, dico, a me i bambini piacciono, ma farei volentieri altro: che so, curare le malattie, eliminare la povertà, togliere le scritte sui muri, impedire agli occhiali di appannarsi con la mascherina… cose così!

No no, la mia storia è molto più semplice. Io sono una lavoratrice, un’onesta e organizzata lavoratrice.

Me lo ricordo come se fosse ieri quando sono arrivati quei tre. Uno, il più antipatico, se la tirava a mille, tutto ben vestito per le strade della Giudea, in cui famiglie sotto la soglia della povertà ce n’erano parecchie ma… vabbè, arriva lì, tutto tranquillo e mi chiede: “Siamo giusti per Betlemme?” e io gli dico “Sì, ma dovete proseguire dritto fino alla fine della strada, poi svoltare a destra, poi ancora dritto, poi a sinistra…”

Ok, era complicato, ma gli ho pure disegnato una mappa. E poi avevano una cometa che gli indicava la strada, capito? Come un moderno navigatore, ma niente, erano di coccio.

“Non ci puoi portare tu?”

“Ah Melchiorre,” gli faccio, “io gestisco una lavanderia e ho del lavoro da fare.”

Gli indico la pila di vesti e lui niente.

“Vabbè, portalo in dono a nostro Signore. Io porto l’oro, Baldassarre l’incenso e Gaspare la mirra.”

“Tutte cose utilissimi per un bambino.”

Manco il sarcasmo capivano. Li ho lasciati andare per la loro strada, solo che poi… be’, ecco, ci sono rimasta male.

Passi l’oro, passi l’incenso… ma la mirra?! Si usa per i morti! Chi lo ha invitato quel portasfiga a festeggiare la nascita di un bambino?!

Così ho finito il mio lavoro, sono andata a Betlemme e ho portato un po’ di cose utili. Ricambi per il pupo, coperte pulite e un po’ di acqua per la poveretta che aveva partorito. Ecco, ora non voglio vantarmi troppo, ma secondo voi Maria quale regalo ha apprezzato di più? Spero solo che la mirra l’abbia riciclata alla prima occasione.

Insomma, alla fine tutti hanno apprezzato la mia organizzazione e così sono finita a portare regali in giro. All’inizio era un lavoro così, una cosa part-time, un po’ come i rider di oggi che portano il cibo di asporto. Poi però mi hanno regalato Berta, la mia scopa magica, e così è diventato un impiego a tempo indeterminato.

Non so quanto ancora lo farò, ogni anno le calze sono sempre meno, ma io sono ottimista. Abbiamo superato il Medioevo (che lì trovare le case e portare i regali, con i cartelli stradali dell’epoca era terribile), il Seicento e Settecento (ragazzi, lì le calze erano l’indumento più pulito, vi giuro, una cracia!), le guerre mondiali… supereremo anche la pandemia.

Ora mi riposo quei cinque o sei giorni e poi inizierò una maratona di serie tv. Chissà che un giorno non ne facciano una anche su di me.

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