“La notte di Artemide” è il secondo romanzo della Dilogia de “La guerra dei vampiri” scritto da Laura Fiamenghi, che conclude l’avventura della guerra tra vampiri e umani iniziata con il primo romanzo di Barbara Repetto.
Si tratta di un romantasy che tecnicamente è autoconclusivo, ma che io consiglio di leggere come seguito del primo “L’alba di Afrodite”, che avevamo già recensito qui.
La storia ha come protagonista la giovane principessa Xylia che viene mandata nel Regno della Nebbia dalla madre, nella speranza di salvarla dalla furia del re che, scoperto che la giovane è frutto di una relazione clandestina della moglie, la vuole sacrificare nel rituale della Rupe di Afrodite. Xylia, mezzosangue, dovrà essere trasformata in vampira e, per questo, trovare rifugio nella Terra di Artemide, buia e senza sole, ma adatta ai vampiri. Tuttavia, a causa del basso numero di donne vampire, Xylia viene data in sposa come premio a nobili e guerrieri, finendo con l’essere assegnata per disegni politici a Egan, l’Empio, il più brutale e violento tra i sostenitori del principe. Anche lui arriva dall’Isola di Afrodite e si è affermato uccidendo altri vampiri e bevendone il suo sangue; a completare il quadro poco invitante, il guerriero mostra scarso interesse per lei e una forte ostilità.
Il romanzo alterna i due punti di vista, Xylia ed Egan, e presenta uno scenario molto diverso da quello che avevamo visto nel primo libro. Il regno della Nebbia non vede la collaborazione tra vampiri e umani, al contrario questi ultimi sono schiavizzati e usati come nutrimento; la società è misogina, aggressiva e improntata alla violenza e allo stupro in maniera organizzata. Anche da un punto di vista religioso, Xylia, devota ad Afrodite, si trova costretta a fare parte di rituali in favore di Artemide, una dea che, contrariamente alle aspettative, sembra avere un culto incentrato sulla sopraffazione e l’oggettificazione delle donne.
Egan ha un triste passato: ha dovuto lasciare l’Isola in cui attendeva onori e in cui viveva con la famiglia, la quale è stata brutalmente assassinata. Nel Regno della Nebbia è stato praticamente torturato e sfregiato, è uscito dalla prigionia solo mostrando più violenza e brutalità dei suoi carnefici. Si ritroverà a riconsiderare molte cose in nome di una relazione forzata che lentamente lo porterà a guardarsi dentro.
Nell’ultima parte, le storie dei due romanzi si ricongiungono e una nuova guerra si profila all’orizzonte, unendo tutti i personaggi visti nella dilogia.
Anche il romanzo di Laura Fiamenghi conserva le caratteristiche del primo di essere avvincente, di leggersi rapidamente e di immergere il lettore in una storia da cui è difficile staccarsi. Lo stile è semplice ma descrittivo (grande importanza viene data agli odori, ai suoni e ai sentimenti), l’alternanza dei due punti di vista garantisce un ritmo rapido e incalzante. Alcuni elementi del Regno della Nebbia sono enfatizzati per essere in aperto contrasto con le descrizioni dell’Isola di Artemide, cosa che è apprezzata da chi li legge di seguito; emblematiche le dicotomie e i contrasti presenti, soprattuto buio e luce.
Xylia è la protagonista che non vedevo l’ora di avere; già nel primo pensavo tutto il tempo “ok, ma cosa l’è successo? Voglio sapere della sua storia!”, quindi è stato un vero piacere ritrovarla come primo personaggio narrante. Ho trovato il personaggio di Egan ben costruito e molto oscuro, nel senso che anche quando si impara a conoscerlo meglio lui conserva la sua natura traumatizzata e violenta, senza diventare di colpo un personaggio completamente positivo.
Dopo pochi capitoli, tuttavia, ho capito di non essere il target del romanzo: il romantasy di questo tipo, a tinte dark e incentrato sulla disparità di potere e la costante minaccia della violenza, non fa proprio per me. Per tutto il romanzo, pur apprezzando entrambi i protagonisti e desiderando per loro il bene, ho fatto difficoltà a comprendere come potesse esserci una storia d’amore tra loro in un mondo così negativo per le donne in cui il compagno più desiderabile è quello che, pur potendolo fare e, anzi, venendo incoraggiato, rifiuta di violentarti. Tutto nelle relazioni del Regno della Nebbia gridavano mancanza di consenso, paura di ripercussioni violente e, in generale, le unioni migliori sembravano quelle che ti sottraevano a violenze peggiori da parte di altri. Ho sperato fino alla fine che Xylia potesse andarsene e trovare qualcuno, magari non legato da qualche rituale ma dalle sue scelte, che potesse amarla e mostrarle un mondo fatto di dolcezza e richiesta della sua opinione e di un consenso non dato dalle circostanze esagerate. L’attrazione sessuale tra i personaggi più di una volta mi ha dato l’impressione di essere un escamotage per dire “ok, ci sono abusi di potere e di ogni tipo, ma a lei in fondo piace e va bene così.”
Trattandosi del personaggio che trovavo più intrigante, non posso dire di aver apprezzato il cambio di caratterizzazione della madre di Xylia, la regina, e ho trovato che venisse semplificata molto, in maniera un po’ ingenua, annullando tutta la forza delle sue azioni nella dilogia, di fatto il motore dell’azione.
In conclusione, credo sia un romanzo ben scritto e avvincente, che potrà essere apprezzato dai fan del romantasy a tinte dark, ma anche dagli amanti delle ambientazioni dell’Antica Grecia. Penso inoltre che sia una lettura imprescindibile per chi ha amato il primo libro perché va a chiudere tutto ciò che era rimasto in sospeso.

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