Ho iniziato il mio viaggio nell’universo narrativo di RF Kuang con Katabasis, un romanzo fantasy uscito nel 2024 per Harper Voyager e pubblicato in Italia da Mondadori nel 2025.
Racconta la storia di due giovani studiosi che, all’interno di un ambiente universitario dove l’eccellenza convive con l’ambizione più tossica, si trovano a dover scendere all’inferno per recuperare il loro relatore morto improvvisamente e potersi così laureare.
Quello che mi ha incantata fin da subito è il modo in cui il romanzo riesce a essere una satira dell’accademia senza mai scadere nella caricatura: Kuang costruisce un equilibrio perfetto tra ironia e delicatezza, e in alcuni passaggi arriva persino a toccare registri poetici; il tutto è condito da una ricca rete di citazioni letterarie e filosofiche.
La descrizione del punto più basso dell’inferno farà sorridere sia gli universitari che gli autori, in particolare quelli indipendenti.
Il sistema magico, che si regge sullo sfruttamento di paradossi linguistici e concettuali, l’ho trovato davvero unico: intelligente e affascinante in modo quasi matematico.
Anche la componente emotiva mi ha sorpresa positivamente. La storia d’amore tra i due protagonisti è tenera ma mai stucchevole, e soprattutto ho molto apprezzato la rappresentazione del morbo di Crohn, una malattia invisibile e spesso ignorata dalla narrativa, che qui diventa parte integrante dell’identità di un personaggio senza essere ridotta a semplice marchio di trama.
Dopo una lettura così intensa ed esaltante, non vedevo l’ora di proseguire con Babel, il romanzo più celebrato dell’autrice. Pubblicato nel 2022 da Harper Voyager e tradotto in Italia da Mondadori, e ambientato nell’Oxford degli anni 1830, Babel, or The Necessity of Violence si basa su un’idea magica notevole: la potenza che nasce dalla perdita di significato nella traduzione di una parola da una lingua all’altra, incisa su barre d’argento capaci di alterare la realtà.
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Purtroppo la lettura si è rivelata un’amara delusione. Babel si propone come una critica forte e frontale del colonialismo, mostrando un Impero britannico che basa il proprio dominio sull’argento magico attivato grazie a quello che viene perso nella traduzione dalle lingue dei popoli colonizzati. Tuttavia, nonostante lo spunto iniziale fosse interessante, la tesi del romanzo è praticamente tutta nel titolo: il colonialismo è malvagio, e l’unico modo per abbatterlo è la violenza.
Il messaggio non emerge dalla trama o dall’evoluzione dei personaggi, ma viene ripetuto in dialoghi didascalici in cui i protagonisti — e in particolare l’insopportabile Ramy — discutono come studenti di post-colonial studies GenZ di un’università statunitense contemporanea, nonostante si trovino nell’Inghilterra del 1830 e in un mondo che non ha ancora conosciuto Marx.
Questo mi ha impedito di affezionarmi ai personaggi: nessuno di loro sembra avere un’esistenza autonoma al di là della funzione politica che deve incarnare, e quindi non sono riuscita a provare reale coinvolgimento nemmeno nei momenti più drammatici o nelle morti. Paradossalmente, l’unico personaggio costruito per essere fastidioso è quello con cui ho finito per simpatizzare, fosse anche solo per dispetto nei confronti della narrazione.
La critica al colonialismo, poi, mi è sembrata narrativamente debole. Il romanzo insiste sulla dipendenza dell’Impero dall’argento magico e dalle lingue colonizzate, ma le azioni dell’Impero di Babel ricalcano esattamente quelle dell’Impero britannico storico, che compì tutto ciò senza alcuna magia. Questo finisce per smontare l’assunto centrale: se la storia reale può produrre gli stessi abusi senza argento né incantesimi, allora la metafora scelta risulta in parte superflua.
In definitiva, Babel mi è sembrato un grande potenziale sprecato: un’idea interessante al servizio di una tesi ripetuta fino allo sfinimento, con personaggi ridotti a simboli e un coinvolgimento emotivo inesistente.
Dopo essere rimasta folgorata da Katabasis, non avrei mai immaginato di rimanere così fredda davanti a quello che molti considerano il capolavoro di Kuang.
Ammetto che questa esperienza mi ha fatto riconsiderare il desiderio di leggere La Guerra dei Papaveri: se va più nella direzione di Katabasis posso ancora sperare; se invece segue la rigida, pedante traiettoria di Babel, forse è meglio rimandare.

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