Recensione di “Who built the moon” vs “As you were”

NOEL vs LIAM
“Who built the moon” vs “As you were”… la mega recensione!

Dallo scioglimento degli Oasis, ormai quasi dieci anni fa, la fan sfegatata che è in me è ancora in fase di negazione e spera che i due fratelli si decidano a tornare insieme quanto prima.
Si potrebbe obiettare che dal mero punto di vista della produzione musicale la situazione attuale sia più vantaggiosa per me, visto che l’anno scorso ho avuto ben due album a firma Gallagher da ascoltare, ma secondo me confrontare i due dischi è la migliore spiegazione del perché Noel e Liam abbiano esattamente ciò che manca all’altro.

“Who built the moon?” è il terzo album solista della (finta) band di Noel (in realtà fa tutto lui), dopo l’eponimo “Noel Gallagher’s High Flying Birds” (che a me era piaciuto da pazzi) e “Chasing Yesterday” (meh…).
Forse sarebbe più corretto confrontare il primo album di Liam con il primo di Noel, ma Liam ha comunque pubblicato due album con i Beady Eye (che riunivano gli Oasis rimasti dopo l’abbandono di Noel), quindi io li vedo abbastanza in pari a questo punto.
Dopo i primi due album, in uno stile piuttosto simile a quello degli ultimi Oasis, specialmente il primo, Noel ha deciso di cambiare un po’ stile: WBTM non è propriamente sperimentale, ma dal punto di vista di Gallagher Sr è avanguardia pura (cit.). Mentre la sua produzione finora è stata basata su uno stile più dichiaratamente rock, incentrato sul muro di suono creato da chitarre e basso, questo disco sembra rifarsi alla musica psichedelica degli anni ’60 e ’70; è molto più pop, con meno chitarre e più synth, organetti, una sezione di fiati e, dal vivo, persino una suonatrice di forbici (che non è molto chiaro come contribuisca al sound, ma sicuramente fa scena).
Nonostante il primo singolo “Holy Mountain” per ironia della sorte presenti un ritornello inquietantemente simile a “She Bangs” di Ricky Martin, le canzoni sono in puro stile Noel: dirette, orecchiabili e secondo me sempre molto ben concepite.
In tutta onestà non sono una gran fan dell’arrangiamento su disco, e mi sembra che i pezzi rendano molto meglio dal vivo (purtroppo non ho avuto occasione di vederlo di persona ma ho sentito tutto il live su VirginRadio… grazie Paola Maugeri!)
Dal punto di vista della performance Noel è impeccabile, con una voce impostata in modo più classico e sicuro rispetto a una decina di anni fa.
“Fort Knox” mi era sembrata un po’ noiosa su disco, mentre nella versione live è potente, da brividi (al punto da diventare la mia preferita di questo album); “Holy Mountain” è allegra e trascinante (non pensare a Ricky Martin… non pensare a Ricky Martin…) e “Dead in the Water” malinconica e intimista come le canzoni acustiche di Noel al tempo degli Oasis. “She taught me how to fly” sinceramente non mi fa impazzire, mentre “It’s a beatiful world” è molto radiofonica.
Gli High Flying Birds dal vivo sembrano mettere su uno show piuttosto divertente e diverso dalla tradizione Oasis, complici una corista/tastierista bravissima, una vocalist con una voce della madonna… e la suonatrice di forbici, di cui ancora non mi spiego il ruolo, ma ok.

Veniamo invece a Liam.
Una delle accuse che spesso si muovo a Liam è che non scrive le sue canzoni, ma c’è da dire che si è affidato a dei produttori e autori bravissimi che gli hanno confezionato un album che sembra l’equivalente musicale di una fanfiction degli Oasis (1997 Alternative Universe).
“As you were” va sul sicuro, regalando ai fan degli Oasis esattamente ciò di cui sentivano la mancanza: un album rock senza compromessi, senza sbavature, con canzoni dirette e oneste.
Liam, dichiaratamente, ha trovato la sua strada musicale ispirandosi agli idoli della sua adolescenza, tra John Lennon e Johnny Rotten, e non sente l’esigenza di cercarne un’altra.
Nonostante le canzoni singolarmente siano pregevoli e arrangiate benissimo (una su tutte: l’evocativa “Chinatown”), più che su melodie particolarmente memorabili o passaggi ispirati fanno affidamento soprattutto sulla voce e sulla presenza di Liam, tornato in gran forma dopo un decennio di voce roca e affaticata.
L’intento è chiaro sin da titolo e copertina (un semplice primo piano del cantante).
E, secondo me, funziona, nel modo misterioso in cui Liam ha sempre funzionato: non fa virtuosismi, non fa innovazioni, prende una marea di stecche con disinvoltura, sul palco si muove appena, eppure catalizza tutta l’attenzione del pubblico come una sorta di magnete da cui è impossibile distogliere lo sguardo.

Insomma, da una parte abbiamo l’autore di tutte le canzoni più indimenticabili degli Oasis, dall’altra un cantante di indiscusso carisma.

Ascoltando i due album è facile immaginare come sarebbero stati i fratelli Gallagher se avessero perseguito strade diverse dall’inizio: Noel avrebbe messo su una band che avrebbe tirato fuori delle canzoni bellissime, che avevano successo singolarmente ma senza riuscire a fare quel salto da farli diventare veramente conosciuti dal grande pubblico (“Di chi è questa canzone?” “Degli High Flying Birds, sai… quelli di Wonderwall” “Ma dai, anche questa? Certo che ne hanno di canzoni belle” “Eh già!… come hai detto che si chiamano?”) mentre Liam sarebbe stato un personaggio alla Pete Doherty, ricordato soprattutto per come si veste o per la modella con cui esce, ma di cui si fatica a nominare una sola canzone.

Insieme, però, erano gli Oasis.
E se aspirano a tornare ad essere una delle più famose band rock degli ultimi vent’anni, quelli che riempivano gli stadi invece di aprire per altri (*coff* U2 *coff*), dovrebbero seppellire l’ascia di guerra e rendersi conto che un album di enorme successo nello sterile panorama attuale potrebbe essere a una piccola reunione di distanza.
E dai, ce l’hanno fatta gli ABBA, fateci un pensierino pure voi.
Magari senza metterci 35 anni.

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