Recensione di “Assassinio sull’Orient-express” (2017)

Nel 2017 è uscito “Assassinio sull’Orient-Express”, diretto e interpretato da Kenneth Branagh e con un cast di eccezione come Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp, Michelle Pfeiffer e Daisy Ridley.
Ho atteso molto tempo prima di riuscire a vedere il remake del film del 1974 diretto da Sydney Lumet, a mio giudizio uno dei più bei film che abbia mai visto: ironicamente, aspettavo, eccitata com’ero, un momento adatto. Avrei potuto evitare visto che è stata una delusione terribile. Potrei scrivere ore su quanto non mi sia piaciuto l’adattamento di Kenneth Branagh, ma riassumo in pochi punti la mia delusione, ricordando che il film era molto difficile da rendere male vista la bellezza del testo di partenza: che dire, qui si sono impegnati molto.
1) Il personaggio di Poirot: si è scelto di abbandonare la figura classifica dell’investigatore che usa solo la materia grigia, in favore della versione belga del Sherlock Holmes di Robert Downey Jr. Le scene d’azione si sprecano: inseguimenti, camminate riflessive sul tetto del treno, scene di lotta… una tamarrata per il pubblico americano. Avrei potuto tollerarlo se fosse stata un’idea originale, ma era talmente scopiazzato da Sherlock da essere solo ridicolo.
2) I personaggi. La cosa più bella del libro o del precedente film erano proprio le storie personali dei passeggeri, qui invece trattate superficialmente e senza dare modo allo straordinario cast di dare il meglio. Judi Dench viene appiattita da una sceneggiatura che elimina l’utilità della principessa Dragomiroff, ma almeno non diventa un ninja iracondo come il povero Conte Andrenyi. L’unico personaggio analizzato un minimo è quello della bellissima Daisy Ridley, mentre Penélope Cruz non è in grado assolutamente di raccogliere la pesante eredità di Ingrid Bergman.
3) La parte investigativa: la cosa peggiore è che le indagini vengono completamente alleggerite in favore di monologhi filosofici di Poirot, che fa i collegamenti senza prove e senza indizi, tagliati dalla sceneggiatura. Sulla scena del delitto c’è un orologio che segna un’ora precisa, ma… vabé, chissene frega del vero motivo! La cosa nel finale non è spiegata, ma nessuno ci fa caso visto che tanto Poirot aveva indovinato già tutto senza indizi (talvolta non interrogava nemmeno veramente i sospettati, tipo la principessa). Per chi aveva già letto il libro o visto il film degli anni settanta questo era semplicemente terribile.
4) l’incipit e la storia di Daisy Armstrong. Non voglio fare spoiler, ma la storia portante per i moventi non viene anticipata e si preferisce dare più importanza alla storia personale di Poirot, rispetto alla versione del 1974. Questo rende molto meno incisiva la vicenda e non trasmette patos allo spettatore, ma soprattutto sembra che la soluzione del caso arrivi un po’ all’improvviso a metà film.
5) l’interesse di Poirot per il caso viene stimolato da un legame precedente tra lui e il signor Armstrong. Questo elemento mi ha infastidito perché si è perso completamente il fatto che la storia tragica degli Armstrong fosse così terribile da poter colpire anche una persona estranea alla vicenda. Poirot, nella versione precedente, era come lo spettatore, non coinvolto direttamente ma colpito in modo profondo.
In conclusione, l’ho trovato un adattamento frettoloso e superficiale, non all’altezza del testo bellissimo di Agatha Christie.
Qualcuno di voi lo ha visto? Diteci che ve n’è parso in un commento.
locandina

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