Recensione di “Aliénor” di Silvia Robutti

“Aliénor” è un romanzo distopico/sci-fi, seconda opera pubblicata da Silvia Robutti.
In seguito a un’apocalisse zombie che ha reso la Terra inabitabile e ha costretto gli umani a rifugiarsi nello spazio, i superstiti vivono in uno spettrale e ultratecnologico Anello Orbitale, dalle risorse limitate. Le persone sono divise in categorie di utilità e chi non è in grado di dare il proprio contributo viene “riformato” (ovvero eliminato). Decisa a salvare la madre vedova e afflitta da una depressione incurabile, la piccola Aliénor diventa la prima cadetta donna dell’esercito, addestrata fin dall’infanzia dal padrone dell’Anello per fungere da guardia del corpo alla sua angelica ma problematica figlia Astrolabe.
Quando incontriamo Aliénor, anni dopo, lei si sta risvegliando in un’astronave alla deriva nello spazio, circondata dai cadaveri dei suoi compagni, con la consapevolezza di aver causato la distruzione dell’ Anello e dunque la fine della specie umana; da qui inizia il suo racconto.

Ci sarebbe molto altro da dire sulla trama, ma mi trattengo per non spoilerare: uno dei talenti dell’autrice è infatti il modo in cui porta il lettore verso scenari familiari per poi rimescolare le carte e far franare il terreno sotto i loro piedi. Nel romanzo ci sono molte tematiche classiche della letteratura di genere (l’apocalisse zombie, l’accademia dei soldati nello spazio, la sorte della vita sulla Terra senza gran parte del genere umano, eccetera) che vengono rielaborati in modo originale e inaspettato.
La prima parte del libro raccoglie l’eredità di “Fanteria dello Spazio” di Robert A. Heinlein, mentre nella seconda metà il romanzo assume un ritmo più riflessivo e intimistico (ma mai noioso) che mi ha ricordato “L’Ultimo degli Uomini” di Margaret Atwood.

Lo stile è molto scorrevole e avvincente, e la narrazione di Aliénor immediata e priva di fronzoli come ben si addice a una soldata; questo dà occasione all’autrice di inserire temi controverse che spesso vengono trattati in modo retorico (ad esempio l’ecologia o il ritorno a una vita meno tecnologizzata) senza dare l’impressione di fare la predica al lettore, ma guidandolo attraverso una simbologia ricca e molto ben integrata alla trama (un esempio su tutti: le polsiere ultratecnologiche che man mano che la storia va avanti sembrano sempre più delle manette).
Un elemento che appare preponderante e molto sentito dall’autrice è lo scontro tra una visione del mondo utilitaristica e antropocentrica, e un approccio rispettoso dell’ecosistema ma in un certo senso più disilluso perché vede l’essere umano non più come la cima della catena alimentare; questa differenza viene simboleggiata anche attraverso la tradizionale leadership maschile e una matriarcale.

Le relazioni tra i personaggi sono spesso confuse e ambigue, mai trattate in modo scontato: personalmente ho trovato molto intrigante il rapporto tra Aliénor e Hobbs, quel misto di venerazione, attrazione e sudditanza psicologica che, pur non venendo mai sviscerato apertamente, rende tutte le interazioni tra di loro molto interessanti. Anche i personaggi di Astrolabe e Taggart risultano realistici pur mantenendo un certo mistero fino alla fine.

In conclusione, a me questo libro è piaciuto moltissimo, tanto che l’ho finito in poche ore; lo consiglio a tutti gli amanti della fantascienza classica, a chi cerca un libro avvincente ma che fa riflettere e a tutti i lettori che amano le protagoniste femminili intense e non scontate.

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