Recensione di “Il morso della vipera” di Alice Basso

Dopo la sfavillante saga di Vani Sarca, Alice Basso torna con un nuovo giallo (probabilmente il primo di una serie) sempre ambientato a Torino e legato al mondo della editoria.

“Il morso della vipera” è un romanzo del 2020 dell’autrice de “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (saga della ghost writer più famosa d’Italia), pubblicato dalla casa editrice Garzanti.

La trama vede protagonista la bella e affascinante Anita Bo, che, nella Torino del 1935, vuole soltanto farsi sposare dall’avvenente e facoltoso Corrado, anche lui innamoratissimo; dopo una dichiarazione accorata di questo, la ragazza capisce che non è ancora pronta per il matrimonio, così accetta, ma gli chiede sei mesi di tempo per poter lavorare e farsi una sua idea del mondo. Corrado, di buon cuore e felice di farla contenta, accetta. Anita, grazie all’amica Clara (stenografa) e a Candida (la sua ex-insegnante), riesce, nonostante le sue pessime doti in stenografia, a farsi assumere in un lavoro poco ambito, cioè alle Edizioni Saturnalia. La casa editrice si occupa infatti di tradurre racconti pulp e hard-boiled americani e riesce a evitare la censura, anzi è acclamata dal controllo fascista, per un contentino inserito a inizio volume, i racconti del Commissario Bonomo, simbolo dell’ideologia xenofoba, razzista e paternalista del regime. Le cose si fanno complesse, però, quando Sebastiano (traduttore e scrittore) e Anita si trovano, loro malgrado, coinvolti in un vero giallo da risolvere.

Il romanzo punta moltissimo sull’ambientazione di Torino, descrivendo i modi di dire e di fare dei torinesi, e lasciando che il lettore possa immergersi nella elegante e ordinata città dell’epoca. L’anno 1935, come spiegato nella postfazione, ha ragioni “editoriali”, in quanto ispirati ad un fatto reale, ma permette anche all’autrice di descrivere veramente il regime fascista, senza spauracchi o previsioni della seconda guerra mondiale. L’interesse bellico, infatti, seppur presente, viene presentato come un qualcosa di “tranquillo” e quasi inevitabile per la corsa coloniale, focalizzato totalmente verso l’Africa e non verso il resto d’Europa. La xenofobia e il bisogno di italianizzare tutto sono presenti, ma l’astio verso gli altri Paesi europei sembra più una mera antipatia rispetto a quello che poi accadrà pochi anni dopo. Questo secondo me è uno dei massimi punti di forza del libro, perché permette di descrivere la dittatura come tale, nella quotidianità, nella censura, nelle leggi e nel modo di vivere e pensare.

Lo stile è lo stesso con cui Alice Basso ha conquistato migliaia di lettori: frizzante, rapido e incalzante. Una volta iniziato il libro è praticamente impossibile smettere di leggerlo, io stessa l’ho divorato in un pomeriggio: i personaggi sono freschi, talvolta naif, ma non per questo nascondono la crudezza e la violenza del regime. Come anche accadeva nella saga di Vani Sarca, gli omaggi al mondo della editoria sono tanti e molto presenti, filtrati dall’immaginario dell’epoca e, soprattutto, dagli occhi di Anita Bo che, essendo più ignorante e meno supponente di Vani, ci permette di riscoprire con freschezza e entusiasmo il mondo dei gialli e racconti hard-boiled.

In conclusione, un romanzo divertente e piacevole nonostante l’ambientazione complessa che pone molte riflessioni; credo che i fan di Vani Sarca non resteranno delusi, anzi, come me, saranno davvero entusiasti di questa nuova serie.

 

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