Bridgerton 4 stagione: quando l’inclusione a tutti i costi rovina la storia

“Bridgerton” è una serie TV creata da Shonda Rhimes, basata sui libri di Julia Quinn e disponibile su Netflix.
Questa stagione si ispira al romanzo La proposta di un gentiluomo e racconta la nascita di una storia d’amore tra Benedict Bridgerton, secondo fratello della famiglia, e Sophie, una giovane cameriera. I due sono separati da differenze sociali apparentemente invalicabili, da convenzioni rigidissime e da un sistema che decide per loro cosa sia o non sia possibile desiderare.

Partiamo subito col dire che, tra tutte le storie raccontate finora, questa è probabilmente quella con la storia migliore. È dichiaratamente un retelling di Cenerentola, cosa che non viene mai nascosta e che, anzi, funziona molto bene. È noto che questa sia la favola preferita di Julia Quinn, e si sente: il racconto ha un impianto classico, ma riesce a risultare più solido perché i personaggi si trovano ad affrontare problemi concreti, reali, di quelli che non si risolvono magicamente nel momento in cui due persone si dichiarano i propri sentimenti.

Qui il nodo centrale non è solo l’amore, ma la classe sociale, il lavoro, la sicurezza economica, la dignità personale. Sophie non può semplicemente “scegliere l’amore” senza pagarne il prezzo, e Benedict, per la prima volta, è costretto a interrogarsi davvero su cosa significhi amare qualcuno che il suo mondo considera sacrificabile. Questo rende la storia più adulta e anche più avvincente da seguire.

I due protagonisti, interpretati da Luke Thompson e Yerin Ha, funzionano benissimo insieme. Sono credibili, teneri, intensi, ed è davvero difficile non tifare per loro. Benedict smette finalmente di essere “il fratello artista un po’ pirlone” e diventa un personaggio che deve fare i conti con se stesso, mentre Sophie è forte senza essere idealizzata, vulnerabile senza essere passiva.

Tra gli elementi riusciti va sicuramente citata Katie Leung nel ruolo di Araminta, che evita il rischio della matrigna “cartoonishly evil” e restituisce invece una donna complicata, che si trova a gestire, nel modo peggiore possibile, con un crescente quanto umano risentimento, le conseguenze impreviste di una scappatella del marito in una società che ne farà pagare a lei il prezzo.

Una delle novità più riuscite della stagione è poi l’attenzione al downstairs, che ricorda un po’ Downton Abbey: finalmente Bridgerton si prende il tempo di mostrarci come vive la servitù, non solo come sfondo decorativo ma come parte integrante del mondo narrativo. I personaggi che lavorano nelle case aristocratiche acquisiscono una loro identità e una loro umanità (una menzione particolare alla simpatia del valletto Alfie), e questo arricchisce molto l’universo della serie.

Abbiamo apprezzato molto il ritorno di Cressida, e ci è piaciuto che la riconciliazione con Eloise nascesse come un diversivo ma poi si trasformasse in un momento importante per il personaggio.

Anche il rapporto tra Eloise e Hyacinth acquista finalmente spessore: Hyacinth ottiene un minimo di spazio reale, mentre Eloise viene lentamente preparata al suo futuro arco, in modo più organico rispetto al passato.

Detto questo, purtroppo, i problemi non mancano, e sono anche piuttosto evidenti.

Il primo è una totale mancanza di coerenza interna con le stagioni precedenti. L’universo di Bridgerton sembra aver improvvisamente deciso di diventare una società completamente liberale, moderna e serenamente progressista, dimenticandosi delle rigidità che erano state alla base di tutti i conflitti narrativi delle prime stagioni.
Sophie che reagisce con un tranquillissimo “love is love” al racconto delle esperienze queer di Benedict non è incoerente solo rispetto alla società dell’epoca, ma anche rispetto al mondo che la serie stessa aveva costruito fino a quel momento. Violet che rifiuta la stabilità perché ha deciso che ha voglia di essere “un po’ pazzerella” come quando era giovane (quando? Sicuramente non nel prequel) è decisamente out of character e fuori dalle regole sociali definite finora.

Simile il discorso sulla gestione dell’etnia. L’idea di una società “colour‑blind” può funzionare come scelta stilistica, ma qui viene portata all’assurdo. È difficile credere che Benedict debba esaminare attentamente le labbra di una ragazza alta e nera per capire che non può essere l’asiatica bassina con cui ha ballato la sera prima. La sua incapacità di discernere proporzioni e colori non fa ben sperare per il suo futuro da artista.

Capitolo a parte per i Mondrich, che ormai risultano del tutto inutili e non si capisce perché la sceneggiatura continui a inventarsi ragioni pretestuose per farli apparire. Non aggiungono nulla alla trama se non un senso di nervoso per il tempo sottratto a personaggi più interessanti.
In generale ci sono troppi personaggi (a partire dal Colin, Penelope, Lady Danbury, etc) senza alcuna funzione, e le azioni necessarie alla trama sono divise tra così tante persone che alla fine nessuno conta davvero.
Dovrebbero semplicemente eliminare i Mondrich, come già fatto con la sarta, senza troppi rimpianti e far apparire le coppie ormai accasate solo come cameo, come con Anthony.
Daphne e il duca, del resto, ce li siamo già belli che dimenticati da tempo.
E, per carità, non sia mai Alice Mondrich la nuova Lady Whistledown!
Ci sono personaggi infinitamente più adatti. Se proprio dobbiamo sognare, Varley resta l’erede di Lady Whisteldown più credibile, ed è anche un personaggio che, anche grazie alla bravura sua e dell’interprete di Lady Featherington, ha dimostrato di essere un ottimo comic relief.
La sua storia è stata forse l’unica deviazione dai libri che ha funzionato.

Dal punto di vista visivo la stagione è piacevole, ma sempre meno coerente con le precedenti: costumi, acconciature e atteggiamenti sono sempre più moderni, sempre più lontani dall’estetica iniziale della serie. Nessuno degli uomini sfoggia più basettoni o le pettinature vaporose e un po’ ridicole delle prime stagioni, addomesticando la già flebile pretesa di ambientazione storica a un’estetica attuale.

Il vero disastro, però, resta la storia di Francesca.
Attenzione perché da qui in poi saranno presenti pesanti SPOILER della vicenda così come è narrata nei libri.

Nonostante un’attrice molto brava nel rappresentare il lutto, e una scena di confronto con Violet davvero riuscita, l’intero arco narrativo non funziona.
Francesca avrebbe dovuto vivere un amore pieno, completo, fisico e mentale con John, per poi affrontare l’esperienza di un secondo amore. Qui invece si capisce immediatamente che John non è “quello giusto”, perché viene introdotto un immediato e poco credibile instalove per Michaela, e la cosa viene sottolineata dall’insuccesso del marito nel farle raggiungere il “pinnacolo” (che immagino arriverà senza sforzo e con fuochi d’artificio con Michaela).

Il cambio di sesso di Michael Stirling comporta la perdita di tutti i temi centrali del libro: Michaela, al contrario di Michael, non può ereditare il titolo, e questo porterà la loro unione a non nascere per questa ragione; evidentemente non potrà mettere incinta Francesca, e anche qui la storia dovrà deviare profondamente. Non è neanche tanto sensato che contragga la malaria viaggiando: com’è che Michaela (donna nubile senza chaperon) può andarsene in giro a fare il cavolo che le pare mentre Daphne non poteva neanche fare due passi in giardino? E com’è che lei è tanto “forte, tosta, indipendente” ma non può sopportare che qualcuno le presenti un potenziale compagno senza fuggire dalla sala, mentre Eloise e le altre ragazze nubili della buona società devono basare la loro esistenza intorno a questo?
Michaela può comportarsi come un uomo solo perché il suo personaggio doveva essere un uomo e il cambiamento non è stato adattato in modo coerente.

Il romanzo di Francesca è uno dei più amati della saga, proprio perché include temi che sono importanti per il pubblico principale della serie di libri (donne eterosessuali di tutte le età): la perdita di un compagno, le difficoltà a concepire, un amore fatto non solo dall’abbandono adolescenziale ma dalla consapevolezza dei rispettivi vissuti.
Di fatto la sua trasposizione è stata cancellata nel tentativo di includere tutto e tutti.
Il risultato è che la storia di Francesca, così come era stata pensata, non esisterà più.
È davvero “inclusione” cancellare tutto quello che è importante per le donne? Noi crediamo di no.

In definitiva, questa quarta stagione di Bridgerton contiene la storia d’amore finora più riuscita della serie, ma viene appesantita da incoerenze, personaggi superflui e scelte narrative che sembrano più ideologiche che organiche.
Benedict e Sophie meritavano una cornice migliore.
E, onestamente, anche noi.

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