Recensione di “La mia fuga da Scientology” (docu-serie)

“La mia fuga da Scientology” è una docu-serie del 2016 per la televisione, andata in onda negli Stati Uniti con il titolo “Leah Remini: Scientology and the Aftermath” su A&E e, in Italia, sul canale Crime+Investigation. La serie, di cui attualmente vi sono tre stagioni, è una indagine sulla chiesa di Scientology condotta dall’attrice Leah Remini, ex membro, in collaborazione con Mike Rinder, anche lui uscito da anni dalla chiesa.

La struttura non cambia nel corso delle stagioni: si tratta di una serie di episodi, ognuno da quaranta minuti circa, in cui Leah analizza una questione controversa di Scientology attraverso dei testimoni, di solito ex-membri della chiesa.

Ogni episodio è preceduto dal messaggio che Scientology si è rifiutata di partecipare al programma e nega qualunque affermazione della Remini che, accusano, sarebbe mossa dal desiderio di infangare la chiesa che ha lasciato; inoltre, viene ribadito che i testimoni degli episodi sarebbero membri che erano stati allontanati per comportamenti scorretti.

La prima stagione si concentra sulle accuse di abusi compiuti da Scientology nei confronti dei membri della chiesa, in particolare dopo che hanno scelto di abbandonarla. Si parla delle sessioni di auditing a pagamento, che gli adepti sono obbligati ad acquistare e frequentare per poter passare allo stadio successivo e migliorarsi come esseri umani; si parla anche dell’obbligo di comprare più e più volte tutti i libri di Ron Hubbard, il fondatore, alimentando un’azienda che in questo modo fattura milioni e milioni. Tuttavia, il punto forse più importante di questa indagine è quello della pratica della disconnessione: anche se ufficialmente Scientology nega fermamente che questa esista, molti testimoni affermano che non è possibile per gli adepti mantenere dei contatti con chi ha lasciato la chiesa e che vengono obbligati ad interrompere con loro qualunque legame, anche se si tratta di familiari.

Nella seconda stagione viene dato ancora maggiore risalto alle testimonianze, anche di personaggi più noti, come il produttore Paul Haggis, che racconta come funziona il reclutamento delle star. Grande rilievo viene dato alle indagini sulla Sea Org, una sorta di gruppo di élite gestito in modo quasi militare, in cui le regole di Scientology sarebbero ancora più dure e gli abusi maggiori: i figli dei membri della chiesa vengono infatti separati dalle famiglie e cresciuti come cadetti, scoraggiando per loro lo studio e il pensiero critico. La stagione termina con una puntata importante dedicata a Ron Hubbard, da scrittore di fantascienza a fondatore di una chiesa: morto nel 1986, viene ancora “atteso” dai suoi fedeli. Scientology infatti nega la sua morte: Ron Hubbard semplicemente avrebbe trasceso i limiti umani e avrebbe cambiato forma e tutti ne aspettano il ritorno.

La terza stagione inizia con un episodio speciale dedicato alle analogie con i Testimoni di Geova, in particolare per quanto riguarda la pratica della disconnessione. Il resto della stagione, attualmente in onda in Italia, si propone di investigare su Scientology non come chiesa, ma come “azienda”, sottolineando l’aspetto delle varie esenzioni fiscali e delle origini delle donazioni ricevute.

La docu-serie è molto interessante, soprattutto per noi italiani che abbiamo meno familiarità con Scientology, che infatti è più diffusa negli Stati Uniti. Ho trovato il format molto convincente e il ritmo rapido ed incalzante, mai noioso. Le testimonianze, con tanto di lacrime e pianti, appaiono un po’ forzate, ma sono lo stesso molto coinvolgenti, anche a livello emotivo. La serie televisiva ha creato un acceso dibattito negli Stati Uniti, mentre in Italia è passata abbastanza in sordina: in conclusione, consiglio di guardarla a tutti gli appassionati di queste tematiche.

la mia fuga da scientology

 

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