Recensione di “Rompere le regole- Creatività e cambiamento” di Marco Belpoliti, Giovanni De Luna, Nicola Gardini, Nadia Fusini, Fabrizio Gifuni, Francesca Rigotti

Oggi vi parliamo di un libro un po’ diverso dal solito, un saggio. Una raccolta di analisi sulla creatività e sui cambiamenti sociali: “Rompere le regole” è stato pubblicato nel 2019 dalla UTET Libri e vede sei differenti punti di vista, rispettivamente di Marco Belpoliti, Giovanni De Luna, Nicola Gardini, Nadia Fusini, Fabrizio Gifuni, Francesca Rigotti.

Il testo si propone di analizzare sei differenti modi di “rompere le regole”, cioè discostarsi dalla norma, in modo creativo, resiliente e, talvolta, disobbediente.

Nel primo, scritto da Marco Belpoliti, si parla della “resilienza come atto creativo”, guardando alla capacità di reagire ai cambiamenti, anche tragici, per arrivare ad assorbirli e a creare qualcosa di nuovo. Per spiegarlo, Belpoliti analizza alcuni brani di Primo Levi, considerato il primo utilizzatore di questo termine.

La resilienza come virtù davanti agli insuccessi. Levi usa questo vocabolo tra i primi nella letteratura italiana, se non proprio come primo, e lo mette in rapporto al tema della non riuscita. Il libro di Levi dedicato alla resilienza, dove però la parola non compare mai, è Se questo è un uomo. (…) Due sono gli aspetti principali che si connettono alla resilienza: la rievocazione di esperienze passate e il senso di identità. (…) Poiché non esistono superuomini- se non nelle fantasie dei racconti a fumetti e nei film, proiezioni del nostro desiderio inconscio di essere al di sopra delle situazioni, e mai sotto – e neppure super-resilienti, non si può non aggiungere che l’uomo che ha scritto queste righe così sagge e così resilienti non ha retto al dolore della vita. (…)”

 

Nel secondo capitolo di Giovanni De Luna, “1968- L’anno della disobbedienza?” si guarda alla rottura delle regole in una dimensione storico-sociale, partendo da un anno divenuto simbolo di cambiamenti, non solo in Italia ma a livello mondiale.

“Sì, il Sessantotto fu il segno distintivo di una generazione che visse la propria giovinezza non come tappa di passaggio ma come il punto più alto della propria biografia; una generazione che fece della disobbedienza il tratto unificante di quell’esperienza e che sul rifiuto delle regole costruì dapprima la sua forza poi la sua fragilità. Un fenomeno con tali caratteristiche e di tale ampiezza si può quindi leggere come la prima grande rivolta di matrice interamente generazionale affacciatasi alla ribalta della storia mondiale.”

Come descritto in questo brano, i tratti caratteristici furono il coinvolgimento dei giovani, il trionfo dell’individuo sulla società, ma anche la sua difficoltà, ancora adesso, di stabilire se abbia avuto successo o meno: il capitolo si chiude infatti con una riflessione sui suoi effetti a lungo termine.

 

Il terzo saggio, di Nadia Fusini, si concentra sulla figura di Virginia Woolf e, in particolare, su tutto il gruppo Bloomsbury. Nel capitolo “Virginia Woolf e Bloomsbury, una rivoluzione creativa” viene raccontata la straordinaria e interessante storia della fondazione e produzione del gruppo Bloomsbury di Virginia Woolf e sua sorella Vanessa, nonché figure famosissime come Maynard Keynes: interessante notare come la creatività e la rottura con il passato del gruppo passasse dal fondarsi la loro casa editrice (cambio nei mezzi di diffusione), nel presentare nuovi gruppi artistici (Cézanne, Van Gogh, Gauguin, Picasso…), ma soprattutto in una rivoluzione sessuale ed etica in contrapposizione con le regole dure del periodo vittoriano.

“Insieme questi giovani uomoni e donne, ritirandosi a loro modo dalla vita mondana, dai privilegi e dagli imperativi, dalle costrizioni di classe e dalla repressione etica e sessuale che imponeva l’etichetta e l’ideologia vittoriana, reinventarono l’esistenza in assoluta libertà intellettuale e sessuale, rispetto a codici ormai esausti e inerti. In questo senso, la loro è una delle proposte più ardite dell’intero Novecento, a cui ancora oggi ispirarsi per recuperare il senso profondo della libertà individuale. E del bene comune.”

 

Il quarto brano è di Nicola Gardini, intitolato “Il centauro femmina”, e affronta la questione della creatività partendo dai vocaboli utilizzati dai classici. Vediamo dunque la contrapposizione tra “téchne” e “sophìa”; la prima, la tecnica, era vista come inferiore rispetto alle idee, alla filosofia. Da Aristotele affrontiamo un periodo classico avverso ai cambiamenti, visti come qualcosa di sbagliato. Il titolo parte dal concetto di ibrido, una creatura nata proprio dall’idea del mutamento e, per questo, avversa.

Anche Aristotele si pronuncia contro il mutamento. Com’è suo costume, non si limita a una condanna, ma avanza una distinzione correttiva: il solo mutamento possibile è quello della quantità. Quello secondo la qualità non può darsi. La forma universale non muta.

 

Fabrizio Gifuni è l’autore del quinto capitolo, “La voce umana è un miracolo”, un’analisi suggestiva di come la voce di un autore (inteso proprio come la parola umana) sia in grado di fare esprimere di tutto: una storia da raccontare, un’esperienza bellissima o traumatica, l’amore e l’odio, ogni emozione dell’animo umano. Per spiegarlo cita molti scrittori, tra cui Manzoni (“La vitalità e la ricchezza di una lingua passa attraverso l’uso che se ne fa.”), ma porta ad esempio anche il teatro. La parte che mi è rimasta più impressa è però la citazione al libro di Giovanni Testori “Il dio di Roserio”, in cui la voce è qualcosa di mutevole e confuso, in cui il lettore rivive un’importante gara ciclistica che ha cambiato le sorti dei protagonisti.

“Testori decide, con una mossa geniale, di affidare il racconto dell’accaduto non al vincitore ma al suono stordito di un corpo: sarà la voce interiore del gregario ormai instupidito, persa nel delirio di un ricordo scomposto, a farci rivivere quella gara.”

 

L’ultimo brano è quello di Francesca Rigotti, “Età e tempo della creatività”, in cui analizza diversi casi di una creatività sopraggiunta in tempi considerati non adatti. L’esempio che pota è quello di Camilla Läckberg, autrice di successo, che ha scritto uno dei suoi libri più famosi durante il primo anno di vita del bambino, con altri tre figli. Oppure Camilleri, divenuto famoso in età avanzata. Entrambi i casi sono esempi di alta creatività arrivata in momenti che vengono considerati antitetici rispetto a questa parola, cioè la maternità e la vecchiaia. La Rigotti, in particolare, fa un’analisi molto interessante su come la creatività venga da sempre allontanata dall’accostamento con le figure femminili, che anche quando ne sono le fautrici rimangono nell’ombra, come per esempio ne “il paradosso di Arianna”.

“Le attività manuali e concrete finché vengono praticate dalle donne risultano basse, insignificanti e di poco conto. Ma nel momento in cui vengono trasferite e purificate metaforicamente, diventano alte e degne del maschile. (…) La stessa cosa vale per le attività di cucina, riservate abitualmente alle donne, specialmente quelle più monotone e ripetitive come la cucina di tutti i giorni: perché quando si tratta di maneggiare fuochi e metalli per arrostire carni, dai banchetti sacrificali dell’Antica Grecia all’odierna grigliata in giardino, ecco che è nuovamente l’uomo a dirigere le attività. E uomini sono, in questa ondata di gastromania, i cuochi considerati più prestigiosi e ai quali si offre nei media una visibilità negata alle cuoche.”

 

In conclusione, un saggio completo e variegato, con spunti di riflessione e analisi approfondite che potranno essere apprezzate dagli amanti del genere.

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