Recensione di “Shtisel” su Netflix (serie tv)/ Review of tv series “Shtisel” on Netflix

1f1ee-1f1f9Shtisel è una serie tv israeliana disponibile su Netflix, composta da due stagioni di 12 episodi. Ha ricevuto numerosi premi in patria e il format è stato acquistato da una casa di produzione americana, con l’intento di creare una versione dello show destinata al pubblico USA.

La serie non è doppiata ed è disponibile solo in lingua originale: tuttavia non fatevi scoraggiare da questo dettaglio, ci sono i sottotitoli e la possibilità di vedere questa storia vale il piccolo sforzo in più.

La storia segue le vicende della famiglia Shtisel, che fa parte della comunità chassidica del quartiere di Geula a Gerusalemme.

Akiva (Michael Aloni), il figlio minore del vedovo rabbino Schulem (Dov Glickman), vive con il padre e si appresta a diventare come lui insegnante; tuttavia la sua vera passione è la pittura, cosa che lo porta a scontrarsi con il padre, che ritiene questa attività poco rispettabile.

Le loro vicende si intrecciano con quelle del resto della famiglia: la sorella di Akiva, Giti (Neta Riskin), aiutata da sua figlia Ruchami (una giovanissima Shira Haas che rivedremo in “Unorthodox”), si ritrova a dover sostenere la famiglia quando il marito Lippe (Zohar Strauss) va in Argentina per lavoro senza dare più notizie di sé; lo studioso fratello Zvi-Arye (Sarel Pitelman) rimpiange la sua mancata carriera di cantore e la nonna Malka (Hannah Rieber, sostituita da Lea Keonig nella seconda stagione) scopre le telenovelas sulla televisione della casa di riposo dove abita.

Ho iniziato a vedere questa serie perché mi è stata consigliata quando ho espresso il mio apprezzamento per “Unorthodox”; molti hanno detto che quest’ultima è uno spin-off di Shtisel.

Tanto per essere precisi, le due serie sono molto diverse tra loro, e gli unici due elementi che li accomunano sono l’attrice Shira Haas e il fatto che sono ambientate all’interno di una comunità ultra-ortodossa.

Per il resto, non potrebbero essere più diverse: tanto per cominciare, “Unorthodox” è ambientata a New York e parla della comunità Satmar, mentre Shtisel si svolge in Israele, tra Gerusalemme e Bnei Brak.

Soprattutto, Shtisel non è una serie di denuncia: i personaggi vivono serenamente all’interno della propria comunità. Anche se alcuni di loro, come l’inquieto Lippe, scalpitano per la mancanza di tecnologia o sognano una vita meno comunitaria, i loro problemi quotidiani non derivano dal loro stile di vita ma sono quelli che ognuno di noi affronta nel corso della sua vita: l’elaborazione del lutto, il non riuscire a conquistare la persona amata, il fare fronte alle difficoltà familiari o le incomprensioni con i genitori.

L’elemento più originale di Shtisel forse è proprio il fatto di dipingere questa famiglia Haredi e le persone che li circondano in modo avulso dalla politica o come oggetto di denuncia sociale.

Ognuno dei personaggi è indimenticabile e descritto con empatia: dal patriarca Schulem, cinico e devoto al tempo stesso, all’adorabile, ingenuo Akiva fino a forti personaggi femminili come Giti e Ruchami, entrambe dalla volontà d’acciaio, determinate a trovare la felicità nonostante le difficoltà che incontrano.

Credo che sia particolarmente originale il modo in cui la storia di Giti è stata sviluppata: nonostante si affrontino temi come il tradimento, la fiducia tra coniugi, i problemi economici e la depressione post-parto, questi vengono sempre introdotti in modo non-didascalico e con molta delicatezza.

Un altro aspetto che ho particolarmente apprezzato è il fatto che, al contrario di molte altre serie, questa dedica molto spazio a tutte le generazioni, dai giovanissimi allievi agli ospiti della casa di riposo; le vicende sentimentali del vedovo sessantenne Schulem hanno lo stesso peso di quelle del protagonista Akiva.

Quanto alla descrizione dell’amore, nonostante la completa mancanza di contatto fisico tra innamorati al di fuori del vincolo matrimoniale, la serie riesce a esprimere desiderio bruciante in modo sottile e quasi poetico.

Se all’inizio può sembrare difficile seguire i dialoghi con il solo ausilio dei sottotitoli, dopo un po’ si arriva ad apprezzare la recitazione del cast in un modo che il doppiaggio avrebbe reso impossibile.

Non posso che consigliare questa serie a tutti gli amanti dei tv drama, soprattutto se avete amato Downton Abbey e il lavoro di Fellowes; nonostante l’ambientazione di Shtisel sia contemporanea, la distanza dei protagonisti dalla tecnologia dà alla narrazione un’atmosfera fuori dal tempo.

 

 

1f1ec-1f1e7Shtisel is an Israeli TV series available on Netflix, consisting of two seasons of 12 episodes. It received numerous awards and the format was purchased by an American production company, with the intention of creating a version of the show for the US audience.

The series is available only in original language: however, don’t be discouraged by this detail, there are subtitles and the chance to see this story is worth the little extra effort.

The story follows the story of the Shtisel family, which is part of the Hasidic community in the Geula district of Jerusalem.

Akiva (Michael Aloni), the youngest son of the widower Rabbi Schulem (Dov Glickman), lives with his father and is about to become a teacher like him; however, his real passion is painting, which leads him to clash with his father, who considers this activity not respectable for a righteous man.

Their stories intertwine with those of the rest of the family: Akiva’s sister, Giti (Neta Riskin), helped by her daughter Ruchami (a very young Shira Haas that we will see in “Unorthodox”), finds herself having to support the family when her husband Lippe (Zohar Strauss) goes to Argentina for work without sending any more news about himself; their brother, the scholar Zvi-Arye (Sarel Pitelman) regrets his missed singing career and their grandmother Malka (Hannah Rieber, replaced by Lea Keonig in the second season) discovers soap operas on the television of the retirement home where she lives.

I started watching this series because it was recommended to me when I expressed my appreciation for “Unorthodox”; many said it was a spin-off of Shtisel.

To be precise, the two series are very different, and the only two things they have in common are actress Shira Haas and the fact that they are set in an ultra-orthodox community.

For the rest, they couldn’t be more different: for starters, “Unorthodox” is set in New York and talks about the Satmar community, while Shtisel takes place in Israel, between Jerusalem and Bnei Brak.

Above all, Shtisel is not a denunciation show: the characters live peacefully within their own community. Even if some of them, like the restless Lippe, are pawing at the lack of technology or dreaming of a less communal life, their daily problems are not caused by their way of life but are those that each one of us faces during our life: the elaboration of mourning, not being able to conquer the loved one, dealing with family difficulties or misunderstandings with parents.

The most original element of Shtisel is perhaps the depiction of this Haredi family and the people around them in a way that is detached from politics or as an object of social denunciation.

Each of the characters is unforgettable and described with empathy: from the patriarch Schulem, cynical and devoted at the same time, to the adorable, naive Akiva up to strong female characters like Giti and Ruchami, both with a steel will, determined to find happiness despite the difficulties they encounter.

I think it is particularly original the way Giti’s story has been developed: despite the fact that it describes issues such as betrayal, trust between spouses, economic problems and post-partum depression, these themes are always introduced in a non-didactic, delicate way.

Another aspect that I particularly appreciated is the fact that, unlike many other series, this one dedicates a lot of space to all generations, from the very young students to the guests of the nursing home; the sentimental stories of the sixty-year-old widower Schulem have the same weight as those of the protagonist Akiva.

As for the description of love, despite the complete lack of physical contact between lovers outside of marriage, the series manages to express burning desire in a subtle and almost poetic way.

While at first it may seem difficult to follow the dialogues with the help of subtitles alone, after a while you get to appreciate the acting of the cast in a way that dubbing would have made impossible.

I must recommend this series to all drama TV lovers, especially if you’ve loved Downton Abbey and Fellowes’ work; although Shtisel’s setting is contemporary, the protagonists’ distance from technology gives the narrative a timeless atmosphere.

 

 

 

 

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