Recensione di “Luna Nera- Le città perdute” di Tiziana Triana

“Luna Nera- Le città perdute” è un romanzo di Tiziana Triana, edito da Sonzogno, da cui Netflix ha tratto la serie “Luna Nera” (che abbiamo recensito  qui)

Nell’Italia del diciassettesimo secolo, la levatrice sedicenne Ade viene accusata di stregoneria e, insieme al fratellino non ancora dodicenne Valente, viene salvata dalle “Città perdute”, un gruppo di donne anch’esse in odore di stregoneria che si nasconde nei boschi.

Ade è innamorata del giovane aspirante medico Pietro, il cui padre Sante, a capo dei Benandanti, incita la radicalizzazione della popolazione della città di Serra, incoraggiando i concittadini a vedere l’opera del demonio in ogni evento nefasto.

Ho deciso di leggere questo romanzo dopo aver visto la serie tv, e ho scoperto che il romanzo è molto diverso dal suo adattamento televisivo.

La principale differenza è che, mentre la serie calca molto la mano sulla dimensione magica, e quindi vediamo le Città Perdute compiere autentiche magie, il romanzo è invece un “low fantasy”, con una componente soprannaturale molto limitata che non compare fino alla fine: le “streghe” di questo libro sono in realtà donne che non si conformano al sistema, cacciate di casa dopo la morte del marito o scandalose per la loro omosessualità, oppure ancora artiste punite dal marito per aver voluto mostrare il loro talento al mondo.

Questo rende più coerente il personaggio di Pietro, che, nel libro come nella serie, insiste sul fatto che le streghe non esistano e si tratti di sola superstizione: nel romanzo questo rende il suo punto di vista moderno e ragionevole, nell’adattamento televisivo invece risulta un po’ ottuso, visto che tutte fanno magie letteralmente sotto i suoi occhi.

Le Città Perdute del romanzo invece osservano le costellazioni, confezionano unguenti medicamentosi e sono soprattutto scienziate protofemministe: “Nessun padre, nessun re, nessun Dio: della mia vita decido io”, recita una delle regole della comunità.

Il punto di forza del romanzo è infatti una rappresentazione inquietantemente attuale di come, accanto al progresso medico e scientifico, possa andare di pari passo una radicalizzazione religiosa retrograda e opprimente che vede la scienza con sospetto e chi la pratica come servo di un “potere forte” identificato in questo caso nel demonio.

In questo, il personaggio di Sante risulta molto più inquietante nel suo fanatismo che si accompagna a una pericolosa abilità di infiammare le masse.

Un altro cambiamento della serie tv è la decisione di inserire un personaggio femminile tra gli antagonisti: la Cesaria della serie, infatti, nel romanzo è il muscoloso Cesare.

Una parte importante del romanzo, quasi completamente ignorata nella serie tv, vede gli intrighi interni alla Chiesa, dove, accanto al personaggio del frate Filippo, sostenuto più che dalla fede cieca dalla compassione verso il prossimo, vediamo prelati ansiosi di sfruttare il fenomeno dei Benandanti per acquisire potere nelle gerarchie ecclesiastiche.

Questi adattamenti rendono la serie meno “politica” del romanzo, insistendo molto di più sulla storia d’amore e sulla dimensione magica che sulla persecuzione delle donne emancipate e con una contrapposizione meno marcata tra il mondo maschile, violento e gerarchico e quello comunitario e aperto delle Città perdute.

Quando avevo visto la serie tv l’avevo trovata divertente, ma ammetto che se avessi letto il libro prima sarei stata un po’ delusa da questi cambiamenti.

Consiglio questo romanzo a chi è affascinato dalla figura della strega nella tradizione italiana e che cerca una lettura insolita, a cavallo tra romanzo storico e fantasy.

 

 

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