Recensione del libro “Darkest Minds” di Alexandra Bracken

“Darkest Minds” è un romanzo di fantascienza distopica del 2012 scritto da Alexandra Bracken, primo di una saga composta da una trilogia più un sequel e delle novelle. Da questo romanzo è stato tratto l’omonimo film del 2018 con Amandla Stenberg, Gwendoline Christie e Mandy Moore. Ho visto il film, che è in questo periodo in programmazione su Sky, e mi sono resa conto che era davvero pessimo, ma con buone idee: questo mi ha persuaso a leggere il libro, che invece è veramente ben fatto ed avvincente.

La storia è ambientata in un futuro non ben definito negli Stati Uniti, dove un’epidemia chiamata “NIAA” (Neurodegenerazione Idiopatica Adolescenziale Acuta) ha ucciso il 98% dei bambini; i pochi sopravvissuti vengono portati in centri di riabilitazione poiché hanno sviluppato complicate abilità. La protagonista, Ruby, di soli dieci anni, viene condotta a Thurmond, una prigione/campo di lavoro in cui i ragazzi vengono studiati e divisi in base ai loro “poteri”. Infatti, i sopravvissuti all’epidemia sembrano essere dotati di abilità paranormali riconducibili a cinque macro-categorie. I Verdi sono quelli con un’intelligenza logica fuori dal comune, i Blu hanno capacità telecinetiche; i Gialli, i Rossi e gli Arancioni vengono invece separati dagli altri, poiché i primi hanno la possibilità di produrre e controllare l’energia elettrica, i secondi abilità di pirocinesi e i terzi capacità in parte ignote, per lo più legate al controllo della mente. Ruby si rende conto di appartenere a quest’ultima categoria, ma, terrorizzata dai suoi poteri e dall’idea di essere catalogata come mostro pericoloso, manipola la mente del medico controllore e si fa assegnare il codice Verde. Scelta ottima, dal momento che nei sei anni successivi i Gialli, i Rossi e gli Arancioni scompaiono misteriosamente.

Il romanzo è molto avvincente e interessante, con una introspezione dei personaggi notevole, specialmente nell’analisi delle loro debolezze e delle loro paure; l’azione non manca, nonché una buona componente di mistero. Se buona parte del film era occupata da inutili bollori adolescenziali, conditi con sguardi languidi tra ragazzini con una colonna sonora degna di O.C., il libro ha tutti gli ingredienti giusti di un buon distopico: l’orrore per la degenerazione del futuro, la bruciante curiosità di saperne di più e il desiderio di arrivare al finale senza potersi staccare dal testo. Inoltre, il primo lascia la porta aperta ai seguiti, chiudendo però la vicenda principale di questo romanzo: insomma, volendo si può leggere anche come stand-alone (e, visto lo scarso successo del film, meglio così per chi ha visto solo quello).

I personaggi sono sviluppati molto bene, tutti hanno pregi e difetti, nonché le proprie motivazioni; anche i “cattivi” sono analizzati con perizia e dettaglio, di modo che i loro obiettivi e desideri appaiano naturali e comprensibili. Questo aspetto era stato sviluppato in modo pessimo nel film, dove vedevamo i classici villain “cartoonishly evil” e i protagonisti perfetti che sapevano fare tutto.

Non voglio fare spoiler, ma il libro analizza molti momenti delicati nella vita di un’adolescente, dal desiderio di legarsi ad un amico, alla nascita dei primi interessi amorosi, all’aspetto, più creepy, degli abusi. Normalmente detesto come vengono trattate queste tematiche, ma l’autrice riesce a gestire questa parte della narrazione con maturità e sensibilità, riuscendo a trasmettere tutto senza bisogno di fare vedere nulla.

In conclusione, consiglio questo libro a tutti gli amanti del distopico, dei romanzi YA, ma soprattutto a chi ha visto il film e ne è rimasto deluso, perché davvero questo romanzo merita una seconda possibilità dopo una sceneggiatura così pessima.

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