Recensione del film “Piccole donne” (2020) di Greta Gerwig/ Review of “Little Women” (2020) by Greta Gerwig

1f1ee-1f1f9PICCOLE DONNE di Greta Gerwig

“Piccole donne” è l’ultima trasposizione cinematografica dell’omonimo classico della letteratura per ragazzi di Louis May Alcott (in Italia diviso in “Piccole Donne” e “Piccole Donne Crescono”), diretto da Greta Gerwig, già regista di “Ladybird”.

ATTENZIONE, CONTIENE SPOILER!

La trama è quella che tutti conosciamo: le sorelle March, Meg (Emma Watson), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) e Amy (Florence Pugh), ciascuna dalla personalità diversa ma unite dallo stesso affetto, sono quattro ragazze che crescono negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento, confrontandosi con sfide, gioie e lutti.

Il romanzo ha avuto ben sei trasposizioni, la prima delle quali nel 1917, e le sorelle March sono state interpretate da alcune tra le attrici più iconiche della storia del cinema, tra cui Katherine Hepburn, Elizabeth Taylor, Janet Leigh e Winona Ryder.

Dovendosi confrontare con questi mostri sacri, la sceneggiatura del 2019 prende una strada originale, non raccontando gli eventi in maniera lineare, ma inframmezzando la narrazione che vede Jo adulta, che vive a New York insegnando e scrivendo racconti per supportare la famiglia, ai ricordi dell’infanzia (celebri eventi tra cui l’incontro con il vicino Laurie, l’assenza del padre arruolatosi nelle truppe nordiste nella guerra civile, la colazione di Natale regalata ai vicini etc).

Se questa scelta da una parte toglie un po’ di suspence alle vicende amorose (si sa già dall’inizio che Jo rifiuterà Laurie e che Meg si sposerà con il sig. Brooke), d’altro canto ha il merito di concentrare l’attenzione dello spettatore sulla crescita e sulla consapevolezza delle scelte delle ragazze adulte.

Quando ho letto i libri durante la mia infanzia, ho sempre pensato che, dopo aver visto le March così frizzanti e volitive nell’infanzia, la capitolazione ai matrimoni finali fossero un po’ una seconda scelta per tutte le parti in causa: Laurie si accontenta di un’altra sorella, Jo si mette col tizio meno interessante del mondo (anche se ci aveva già pensato Gabriel Byrne nel ’94 a farmi cambiare idea) e Meg sposa John Brooke ma tanto non ce ne frega niente perché sono i due personaggi più noiosi della storia. Che dire poi di Jo che lascia da parte tutte le velleità letterarie per mettere su una scuola che impiega primariamente il marito? L’ho sempre trovato una delusione incredibile.

Il finale del film di Greta Gerwig sembra voler correggere quel senso di frustrazione di generazioni di lettrici, dedicando molte scene all’amore nascente tra Laurie ed Amy  e concentrando tutto il pathos sulla lotta alla malattia di Beth.

Inoltre, si conclude con un finale “doppio”: da una parte c’è il racconto dell’amore tra Jo e il prof. Bhaer (qui non un tedesco di mezza età ma un belloccio francese), dall’altra una deliziosa discussione in cui la stessa Jo viene incoraggiata dall’editore a concludere il suo romanzo autobiografico proprio in questo modo. Rimane quindi il dubbio: il matrimonio finale di Jo è davvero successo? La storia finisce con la famiglia riunita sul prato insieme a bambini festanti, o con Jo che tiene tra le mani il suo libro pubblicato, simbolo della sua indipendenza?Le due possibilità non si escludono a vicenda (è anche piuttosto poetico che Jo usi i proventi del libro per finanziare la scuola, soluzione che unirebbe le sue aspirazioni giovanili con la continuità familiare della sua vita adulta), ma la decisione viene lasciata allo spettatore.

Grazie a questa commistione di familiarità e scelte inaspettate, il film riesce a dare nuova energia a una storia che credevamo di conoscere anche troppo bene: gli interpreti sono tutti molto bravi, a partire dalla Ronan (in lizza per l’Oscar) e alla splendida Florence Pugh nel ruolo di Amy. Quest’ultima è un po’ penalizzata, nei flashback, dal fatto che il suo personaggio dovrebbe avere dodici anni e lei, a ventitré, non sembra per niente una preadolescente: nulla da dire sulla sua interpretazione, che è sempre convincente, però, insomma, è proprio difficile credere che una donna adulta sia una ragazzina appena uscita dall’infanzia.

Eliza Scanlen, nel ruolo di Beth, è dolcemente vulnerabile e riesce a rendere sincere persino le frasi eccessivamente angeliche del suo alter ego nel libro.

Thimothee Chalamet conferma il suo talento, rendendo il suo Laurie fanciullesco con Jo e romantico con Amy, seppur la sceneggiatura lo penalizzi molto nella seconda parte e nella sua evoluzione.

Laura Dern è una magnetica Marmee in cui, più che in altre edizioni, si intuisce la forza di volontà e l’indignazione per gli eventi storici a cui assiste, mentre Chris Cooper regala una delicata interpretazione del burbero (ma non troppo) Mr Lawrence.

Una particolare menzione va anche ai costumi, che veicolano le personalità delle ragazze e, spesso rammendati o realizzati da tanti strati diversi, danno l’idea di oggetti che sono stati usati e passati da una sorella all’altra.

Splendida la fotografia, con il netto contrasto tra le sfumature dorate dei ricordi d’infanzia e le tonalità fredde e spietate del presente.

Nonostante sia difficile eguagliare il capolavoro del ’94 di Gillian Armstrong, questo film riesce nel difficile intento di dare una prospettiva fresca e credibile a un grande classico e secondo noi è assolutamente da vedere.

 

 

1f1ec-1f1e7LITTLE WOMEN by Greta Gerwig

“Little Women” is the latest film adaptation of the classic of children’s literature by Louisa May Alcott, directed by Greta Gerwig, former director of “Ladybird”.

 

ATTENTION, CONTAINS SPOILERS!

The plot is the one we all know and love: the March sisters, Meg (Emma Watson), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) and Amy (Florence Pugh), each with a different personality but united by the same love, are four girls who grow up in the United States in the second half of the 19th century, facing challenges, joys and grief.

The novel had six transpositions, the first of which from 1917, and the March sisters were played by some of the most iconic actresses in film history, including Katherine Hepburn, Elizabeth Taylor, Janet Leigh and Winona Ryder.

Facing these sacred monsters, the 2019 screenplay takes an original route, not telling the events in a linear way, but by combining the narrative that sees Jo as an adult, who lives in New York, teaching and writing short stories to support her family, to childhood memories (the famous events including meeting the neighbour Laurie, the absence of the father who enlisted in the Northern troops in the Civil War, the Christmas breakfast given to the poor neighbours, etc.).

While this choice on the one hand takes some of the suspense out of love affairs (it is already known from the beginning that Jo will reject Laurie and that Meg will marry Mr Brooke), on the other hand it has the merit of focusing the viewer’s attention on the growth and awareness of the adult girls’ choices.

When I read the books during my childhood, I always thought that, after seeing the Marchs so vibrant and strong-willed in their childhood, the capitulation to the final weddings was a bit of a second choice for all the parties involved: Laurie has to make do with another sister, Jo hooks up with the least interesting guy in the world (even if Gabriel Byrne in ’94 had already seen to that) and Meg marries John Brooke but we don’t really care because they are the two most boring characters in the story. And what about Jo, who leaves aside all literary ambitions to open a school that primarily employs her husband? I’ve always found that an incredible disappointment.

The ending of Greta Gerwig’s film seems to correct that sense of frustration of generations of readers, dedicating many scenes to the budding love between Laurie and Amy and focusing all the pathos on the fight against Beth’s illness.

Moreover, it ends with a “double” ending: on one side there is the romance between Jo and Professor Bhaer (here not a middle-aged German but a handsome Frenchman), on the other, a delightful discussion in which Jo herself is encouraged by the publisher to conclude her autobiographical novel in this way. So the question remains: did Jo’s endgame romance really happen? Does the story end with the family reunited on the lawn together with joyful children, or with Jo holding her published book in her hands, a symbol of her independence?

The two possibilities are not mutually exclusive (it is also rather poetic that Jo uses the proceeds of the book to finance the school, a solution that would combine her youthful aspirations with the family continuity of her adult life), but the decision is left to the viewer.

Thanks to this mixture of familiarity and unexpected choices, the film manages to give new energy to a story we thought we knew all too well: the actors are all very good, starting with Ronan (who is nominated to an Oscar) and the beautiful Florence Pugh in the role of Amy. The latter is a bit penalized, in flashbacks, by the fact that her character should be twelve years old and she, at twenty-three, doesn’t look like a tween at all: nothing to say about her interpretation, which is always convincing, but, in short, it’s really hard to believe that an adult woman is a young girl just out of childhood.

Eliza Scanlen, in the role of Beth, is sweetly vulnerable and even manages to make her alter ego’s excessively angelic phrases in the book sound sincere.

Thimothee Chalamet confirms his talent, making her Laurie childish with Jo and romantic with Amy, even if the screenplay penalizes him in the second part, especially in his evolution.

Laura Dern is a magnetic Marmee in which, more than in other editions, you can sense her willpower and indignation for the historical events she witnesses, while Chris Cooper gives a delicate portrayal of the gruff (but not too much) Mr Lawrence.

A particular mention should also be go to the costumes, which convey the girls’ personalities and, often mended or made of many different layers, give the idea of objects that have been used and passed from one sister to another.

The photography is splendid, with a sharp contrast between the golden shades of childhood memories and the cold and unforgiving hues of the present.

Although it is difficult to match Gillian Armstrong’s ’94 masterpiece, this film succeeds in the difficult task of giving a fresh and credible perspective to a great classic and in our opinion it’s absolutely a must watch.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: