Recensione di “Vox” di Christina Dalcher / Review of “Vox” by Christina Dalcher

La recensione è presente in doppia lingua./ English follows!

1f1ee-1f1f9“Vox” è un romanzo distopico scritto da Christina Dalcher del 2018 e pubblicato in Italia dalla casa editrice Nord.

La storia è ambientata negli Stati Uniti dopo che si è insediato un governo supportato da una fetta della popolazione, dapprima minoritaria, che però si è affermata con aggressività e misoginia: capitanati dal reverendo Carl Corbin, il gruppo conservatore riesce a portare il rigurgito di estremismo cristiano ai massimi storici, imponendo di fatto un controllo su tutti coloro che sono considerato impuri. I “Puri”, così si fanno chiamare, incolpano dei cambiamenti sociali, considerati da loro sbagliati, l’emancipazione femminile e decidono di porvi un freno. La particolarità del libro è che non lo fanno con la repressione sistematica fisica, ma con un sistema più “subdolo”: limitano la loro voce, in particolare a cento parole al giorno. Ogni donna viene munita di un dispositivo da polso che conta le parole dette in una giornata: se si supera le cento, si riceve una scossa che aumenta di intensità all’aumentare delle parole pronunciate oltre il limite.

La protagonista del romanzo è la ex-scienziata Jean McClellan, madre di quattro figli e soggiogata da questo sistema che, in un modo o nell’altro, avvelena tutta la sua vita, a partire dalle limitazioni evidenti, alla nascita di un rancore che erode nel profondo la vita familiare.

Il romanzo mi è piaciuto molto, ho trovato che avesse un buon ritmo e che, nonostante i molti avvenimenti e le molteplici tematiche, scorresse rapido e senza fronzoli. L’elemento che ho trovato più originale è stato sicuramente quello della scelta del punto di vista narrante: diversamente dal solito distopico, non troviamo l’eroe d’azione idealista sotto la scorza disincantata, ma neanche l’adolescente ribelle. Jean è una donna di mezza età, di origine italiana, con una famiglia numerosa e una relazione adulterina: non solo, è anche una scienziata che si ritrova, suo malgrado, coinvolta in un progetto governativo inquietante. Non è un’eroina perfetta, il rapporto ambiguo con il marito e la storia travolgente con l’amante faranno storcere il naso a molti, ma io l’ho trovato gestito bene e in modo realistico.

Interessante è tutto il discorso sulla comunicazione. La repressione governativa, infatti, non viene fatta (solo) con prigioni e violenza (sorte che tocca invece agli omosessuali), ma parte da un presupposto più intimo e primordiale: togliere la voce a chi si vuole soggiogare. Non eliminando definitivamente la possibilità di parlare, cosa che avrebbe generato proteste anche dai più favorevoli ad un ritorno al passato, ma limitandola, rendendola più legata alla routine di tutti i giorni. Il libro si chiama “Vox”, ma non è solo la voce ad essere bloccata, lo è tutta la comunicazione in generale: lingua dei segni, messaggi scritti, tutto… La possibilità di comunicare è quello che ci rende umani, quello che ci rende particolari come specie: la parola, la stessa nascita della cultura, la scrittura, tutto passa per la volontà di comunicare. Il governo, proprio per questo, toglie alle donne tale possibilità: da questo tutto segue a cascata, l’impossibilità di lavorare, fare gruppo, essere indipendenti.

Sebbene sia stato tacciato di fomentare uno scontro uomini versus donne, io ho apprezzato molto la caratterizzazione dei personaggi maschili e, in particolare, la loro evoluzione nel punto di vista della narratrice. All’inizio gli uomini sembrano divisi tra i misogini e chi semplicemente non prende posizione (“Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione.” cit Edmund Burke), solo con rare eccezioni. Pian pianino, però, il focus della protagonista si amplia e si accorge di quanti, nel silenzio anche loro, lottano per un mondo migliore, anche a costo della loro vita. Per questo, un personaggio che ho apprezzato molto è stato quello del marito, Patrick: un uomo buono ma debole, schiacciato tra la volontà di preservare la propria famiglia evitando scontri aperti e il bisogno di fermare una tortura per sua moglie e sua figlia. In generale, tutto il tema dell’adulterio è trattato in maniera matura: non vi è una condanna moralista, ma un’analisi di come l’amore finisca quando vi è la perdita di stima. E il dover continuare a vivere le proprie vite in un sistema così sbilanciato difficilmente può portare ad avere stima del proprio partner. L’autrice non condanna né una parte né l’altra, non c’è una colpa: come in molti matrimoni, non è una gara o uno scontro, né un film idealizzato, è solo fatta da persone che tentano di agire per il meglio, anche talvolta innamorandosi di altri.

In ultimo, una menzione va al personaggio del figlio più grande, Steven. Il suo percorso mi ha ricordato un po’ come Ken Follett aveva trattato il giovane figlio nazista ne “L’Inverno del Mondo”: la propaganda, il percorso scolastico incentrato su una teologia rivista e non inclusiva, l’odio instillato dai media lo cambiano, lo traviano, portando la madre a vederlo con occhi diversi, con astio. Non capita spesso di vedere narrata una mamma che smette di stimare e, in alcune occasioni, volere bene al proprio figlio: è un tema difficile e io l’ho trovato gestito in modo interessante.

In conclusione, un romanzo che consiglio agli amanti del distopico e per quelli che vogliono leggere una riflessione contro il patriarcato nelle molte sue forme.

 

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“Vox” is a dystopian novel written by Christina Dalcher in 2018 and published by Berkley.

The story is set in the United States after the establishment of a government supported by a slice of the population, at first a minority one, which however has asserted itself with aggressiveness and misogyny: led by the Reverend Carl Corbin, the conservative group manages to bring the regurgitation of Christian extremism to the highest historical levels, effectively imposing control over all those who are considered impure. The “Pure”, so they call themselves, blame on the emancipation of women all the social changes, that they consider wrong and decide to put a brake on it. The peculiarity of the book is that they don’t do it with systematic physical repression, but with a more “devious” system: they limit their voicer to a hundred words a day. Every woman is equipped with a wrist device that counts the words spoken in a day: if you exceed one hundred, you receive a shock that increases in intensity as the number of words spoken over the limit.

The protagonist of the novel is the ex-scientist Jean McClellan, mother of four children and subjugated by this system that, in one way or another, poisons her whole life, starting from the obvious limitations, to the birth of a grudge that erodes her family life.

I liked the novel very much: I found it had a good rhythm and that, despite many events and multiple themes, it ran quickly and without frills. The element that I found most original was certainly the choice of the narrative point of view: unlike the usual dystopian, we don’t find the idealistic action hero with a good heart under the disenchanted exterior, or neither the rebellious teenager. Jean is a middle-aged woman, of Italian origin, with a large family and an affair: moreover, she is also a scientist who finds herself involved in a disturbing government project. She isn’t a perfect heroine: the ambiguous relationship with her husband and the overwhelming story with her lover will make many people turn up their noses, but I found it handled well and realistically.

All the theme involving communication is very interesting. Government repression, in fact, is not done (only) with prisons and violence (which is the fate of homosexuals in the book), but starts from a more intimate and primordial assumption: to remove the voice of those who want to subjugate. Not by definitively eliminating the possibility of speaking, which would have generated protests even from those most in favour of a return to the past, but by limiting it, making it more linked to everyday routine. The book is called “Vox”, but it is not only the voice that is blocked, but all communication in general: sign language, written messages, everything… The possibility to communicate is what makes us human, what defines us as a species: the word, the very birth of culture, writing, everything passes through the will to communicate. The government, precisely for this reason, takes away this possibility from women: from this, everything follows in cascade, the impossibility to work, to form a group, to be independent.

Although it has been accused of fomenting a clash between men and women, I have greatly appreciated the characterization of male characters and, in particular, their evolution from the point of view of the narrator. At first, the men seem divided between the misogynists and those who simply don’t take sides (“For evil to triumph, it is enough that the good ones renounce action.” cit Edmund Burke), only with rare exceptions. Slowly, however, the focus of the protagonist widens and she realizes how many, in silence, are fighting for a better world, even at the cost of their lives. For this reason, a character that I really appreciated was her husband, Patrick: a good but weak man, crushed between the desire to preserve his family by avoiding open confrontations and the need to stop torture for his wife and daughter. In general, the whole subject of adultery is treated in a mature way: there is no moralistic condemnation, but an analysis of how love ends when there is a loss of esteem. And having to continue living one’s life in such an unbalanced system can hardly lead to appreciate one’s partner. The author does not condemn either side, there is no guilt: as in many marriages, it is not a race or a clash, nor an idealized film, it is only made by people who try to act for the best, also sometimes falling in love with other people.

Finally, a mention goes to the character of the eldest son, Steven. His path reminded me a bit how Ken Follett had treated his young Nazi son in “Winter of the World”: the propaganda, the school path focused on a revised and non-inclusive theology, the hate instilled by media change him, mislead him, leading his mother to see him with different eyes and fomenting resentment. It does not often happen to see narrated a mother who stops appreciating and, on some occasions, loving her child: it is a difficult subject and I found it handled in an interesting way.

In conclusion, a novel that I recommend for lovers of dystopic and for those who want to read a reflection against patriarchy in its many forms.

 

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