Recensione di “La classe” di Christina Dalcher / Review of “Master Class” by Christina Dalcher

“La classe” è un romanzo distopico scritto da Christina Dalcher e pubblicato in Italia nel 2020 dalla Casa Editrice Nord.

La Dalcher, già autrice del celebre e controverso Vox, ci riporta in uno scenario di distopia sociale negli Stati Uniti odierni. Infatti, la storia ci presenta la dottoressa Elena Fairchild, madre di due ragazzine e moglie di un pezzo grosso dell’Istruzione, lottare contro un sistema educativo classista e oppressivo, che lei stessa prima aveva appoggiato e in parte ispirato. Ad ogni bambino viene dato un Q, un livello che dovrebbe misurare il quoziente intellettivo e in generale la sua capacità a integrarsi in una società organizzata e produttiva, che ne determina il futuro. I ragazzi sono sottoposti a continui test e non sono contemplati errori: solo i più intelligenti e i meno divergenti possono emergere, una meritocrazia dell’intelligenza all’ennesima potenza. Per Elena e Malcolm, due titolati e ricchi privilegiati, la cosa sembra naturale, ma quando Freddie, la loro bambina di nove anni si dimostra in difficoltà, le cose cambiano. Due reazioni diverse all’idea di vedersela portare via per andare in un non ben precisato “collegio per bambini idioti”.

Lo dico chiaramente, se non avete amato Vox per lo stile e le tematiche, probabilmente non vi piacerà neanche questo libro; io li ho apprezzati molto entrambi, seppur per ragioni diverse. Ho trovato “La classe” una sferzante e quasi crudele critica alla società odierna, non solo nel suo aspetto educativo ma soprattutto di schema di valori: la produttività, il non creare problemi, l’inserirsi in una società fondamentalmente orientata al profitto sono le basi di quella che diventerà una rivoluzione di pochi, ricchi e privilegiati contro tutti gli altri, non meritevoli davvero e guardati con una sorta di pietà.

L’aspetto che ho trovato più interessante è stato la sottile vittoria costante del patriarcato in questo tipo di società, pur essendo caldeggiata inizialmente dalle mamme e, più in generale, dalle donne. In un mondo in cui conta solo chi guadagna di più, chi non accumula mai ritardi o ferie, ma, allo stesso tempo, alle donne viene insegnato a fare figli prestissimo per evitare “errori di genetica”, il risultato è presto detto; subdolamente il mondo che dovrebbe tranquillizzare le madri è un universo in cui gli uomini hanno vita più facile, a discapito di queste.

Come anche in Vox, l’autrice ci presenta una protagonista atipica per le distopie: ritroviamo una mamma di mezza età frustrata e costretta in un matrimonio di facciata, con rughe e pancetta e tanti rimpianti per il passato. Una figura che si è beata, come tante altre, del rovescio della medaglia, nel vedere i compagni che la prendevano in giro al liceo perché troppo secchiona venire travolti dalla nuova società, gioire nel trovarli al fondo della fila, con una scuola che non premiava più gli atleti e i più popolari, ma solo gli intelligenti. Come sempre, finché non la tocca direttamente, la problematica di che cosa accada agli altri ragazzi non preoccupa eccessivamente Elena, e questo è secondo me l’aspetto più verosimile e realistico. Man mano che la protagonista acquisisce consapevolezza, l’autrice svela una dietro l’altra le ipocrisie della upper class bianca e protestante, mantenendo comunque una costante empatia verso le mamme e verso le donne in generale.

Il romanzo è una distopia che esagera volutamente alcuni aspetti, ma insiste su uno in particolare: cambiamenti così grandi non avvengono per colpi di Stato o simili, ma attaccano silenziosi e subdoli, andando a convincere le persone più moderate della società, come le famiglie, facendo leva sul loro bisogno di sicurezza e di giustizia. Il problema è che, una volta che hai inserito una discriminante per dividere la popolazione, si fa molto in fretta ad aggiungerne altre.

Lo stile è asciutto, senza fronzoli, il ritmo è serratissimo, cosa che contribuisce a far finire il romanzo in poco tempo.

In conclusione, un libro che sarà sicuramente apprezzato dai fan dell’autrice e dagli amanti delle distopie sociali.

“Master Class” is a dystopian novel written by Christina Dalcher and published in 2020.

Dalcher, author of the famous and controversial Vox, brings us back in a scenario of social dystopia in the United States. In fact, the story introduces us to Doctor Elena Fairchild, mother of two young girls and wife of an important personality in Education, fighting against a classist and oppressive educational system, which she herself had previously supported and partly inspired. Each child is given a Q, a level that is supposed to measure IQ and in general their ability to integrate into an organized and productive society, which determines their future. The children are subjected to continuous testing and no mistakes are allowed: only the most intelligent and the least divergent can emerge, a meritocracy of intelligence to its most extreme consequences. For Elena and Malcolm, two educated and wealthy privileged, it seems natural, but when Freddie, their nine-year-old girl, proves to be in trouble, things change. Two different reactions to the idea of having her taken away to go to an unspecified “boarding school for idiot children.”

I’ll make it clear, if you didn’t love Vox for the style and themes, you probably won’t like this book either; I really enjoyed both, albeit for different reasons. I found “Master Class” to be a scathing and almost cruel critique of today’s society, not only in its educational aspect but above all in its system of values: productivity, not creating problems, fitting into a basically profit-oriented society are the foundations of what will become a revolution of the few, the rich and the privileged against all the others, not really deserving and looked upon with a kind of pity.

The aspect I found most interesting was the subtle constant victory of patriarchy in this kind of society, despite being advocated initially by mothers and, more generally, women. In a world where it only matters who earns the most, who never accumulates delays or vacations, but, at the same time, women are taught to have children very early to avoid “genetic mistakes”, the result is unescapable; underhandedly the world that should appease mothers is a universe where men have it easier, to the women’s detriment.

As in Vox, the author presents us with a protagonist that is atypical for dystopias: we find a frustrated middle-aged mother forced into a sham marriage, with wrinkles and a potbelly and many regrets for the past. A figure who was initially happy, like so many others, to see the tables turned, to see the classmates who made fun of her in high school because she was too nerdy to be overwhelmed by the new society, rejoicing to find them at the bottom of the line, with a school that no longer rewarded the athletes and the most popular, but only the smart. As always, as long as it doesn’t touch her directly, the issue of what happens to the other kids doesn’t worry Elena too much, and this is in my opinion the most truthful and realistic aspect. As the protagonist gains awareness, the author reveals one after another the hypocrisies of the white and Protestant upper class, while still maintaining a constant empathy for mothers and women in general.

The novel is a dystopia that deliberately exaggerates some aspects, but insists on one in particular: such big changes don’t happen by coups or revolutions, but they attack quietly and deviously, going after the most moderate people in society, such as families, by appealing to their need for security and justice. The problem is, once you’ve inserted one discriminator to divide the population, it’s very easy to add more and more.

The style is dry, no-nonsense, and the pace is tight, which helps to finish the novel in a short time.

In conclusion, a book that will surely be appreciated by fans of the author and lovers of social dystopias.

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