Recensione di “Ascoltare l’infinito” di Gheula Canarutto Nemni / Review of”The Orthodox Key” by Gheula Canarutto Nemni

“Ascoltare l’infinito” è un romanzo di Gheula Canarutto Nemni, uscito per Mondadori con il titolo “(Non) si può avere tutto” e ripubblicato in self publishing nel 2020. È disponibile su Amazon in formato paperback e ebook, anche su Kindle Unlimited. Il romanzo ha anche una versione in inglese, intitolata “The Orthodox Key”.

Debora “Deb” Recanati è una brillante studentessa alle soglie dell’esame di maturità, ebrea ortodossa, che vive a Milano. Un giorno riceve la proposta di uno shiduch (cioè un incontro con un ragazzo per un possibile matrimonio) con Nathan Stern, il figo della comunità, di cui lei si innamora perdutamente, ricambiata. Contro la volontà della madre, che la vorrebbe laureata ed affermata professionalmente prima del matrimonio, Deb decide di sposarlo immediatamente; la madre Anne però fa promettere ai due sposini (con tanto di contratto firmato) che Deb dovrà laurearsi e che la laurea non dovrà stare soltanto su un muro a prendere polvere.

Dopo qualche disavventura domestica e lo straniamento del conciliare il suo nuovo ruolo di moglie con quello di studentessa modello, Deb esce brillantemente dal liceo e si iscrive a Economia e Commercio, dove iniziano le difficoltà: l’accesso al mondo universitario coincide infatti con la sua prima gravidanza (avrà ben cinque figli nel corso del romanzo), e l’istituzione non sembra prevedere la possibilità che una studentessa possa anche essere madre.

Figuriamoci il mondo del lavoro: dopo una laurea e un master, Deb si trova in un universo competitivo e spietato che vede la presenza dei figli come uno scomodo handicap che tarpa le ali a qualsiasi ambizione professionale.

Il romanzo offre uno spaccato di vita del mondo dell’ortodossia ebraica in Italia, dove il tempo è scandito dalle mitzvot, i precetti da seguire che regolano anche gli aspetti più quotidiani della vita, dal cibo rigorosamente kasher al rituale di abluzioni mattutine.

Il fatto che il tutto sia ambientato a Milano fa sì che la vita di Deb appaia un po’ estranea, a causa di questa attenzione affinché ogni azione segue questi precetti, ma anche estremamente familiare, con, ad esempio, i bambini che giocano con Lego e pastelli e la famiglia che mangia la pizza per risollevarsi il morale come in qualsiasi casa italiana.

Ammetto che quando ho iniziato la lettura non mi aspettavo di trovare una descrizione così accurata del rapporto tra le madri e il mondo del lavoro, che è qualcosa che riguarda ogni donna con figli, indipendentemente dalla sua religione (o mancanza di tale).

Dalla richiesta di dimissioni in bianco già firmate da usare in caso di gravidanza, alle promozioni mancate “perché non fai straordinari” (e ringrazia che almeno ti facciamo lavorare), al duro lavoro di ricerca e divulgazione cannibalizzato e spacciato per proprio dai capi più impegnati nelle proprie public relations, la situazione di Deb è un’illustrazione perfetta della totale mancanza di reale meritocrazia di un sistema che sembra creato per estromettere chi, di fatto, ha una vita con degli impegni anche al di fuori della macchina lavorativa e non può quindi essere spremuto fino all’ultima goccia.

Particolarmente azzeccato è anche il dettaglio dell’ipocrisia dei manager che da una parte lodano le competenze alternative e le soft skill che chi ha familiarità con il lavoro di cura e di organizzazione domestica spesso possiede in maniera superiore a chi non se ne è mai occupato, ma al tempo stesso esclude chi ne è realmente in possesso.

Infatti il problema di Deb, come di gran parte delle madri, non è di non riuscire ad eseguire materialmente il lavoro per cui è pagata, in cui è anzi molto brava: quello che non può fare è la costruzione dell’immagine del lavoratore che si dedica esclusivamente all’azienda (o, nel suo caso, all’università), fingendo di non esistere al di fuori della propria professione.

La vicenda lavorativa di Deb non è una storia con un lieto fine, anche se è una storia di riscatto, forse perché non può esserci realmente un lieto fine in un sistema malato; quello che rimane alla fine è un senso di speranza unito anche a molta amarezza per l’ingiustizia di un mondo che alla fin fine rifiuta tutte le donne, da quelle più omologate alla mentalità dominante a quelle più anticonformiste.

La storia è presentata come un’opera di finzione, ma è scritta in forma di memoir, e sta al lettore chiedersi quanto sia autobiografico e quanto no.

Secondo me “Ascoltare l’infinito” è, contrariamente a quelle che erano le mie aspettative, probabilmente fonte di un mio pregiudizio, una vicenda estremamente femminista, per quanto di un tipo di femminismo diverso da quello mainstream (nel senso di liberale e sostanzialmente capitalista).

Ho trovato insolita la separazione molto marcata tra i sessi: il mondo familiare di Deb è sostanzialmente matriarcale, caratterizzato dal rapporto con tra madri, figli, suocere, e gli uomini sono quasi assenti.

Il marito di Deb, Nathan, è dipinto come una figura positiva che appare ogni tanto per dire qualcosa di incoraggiante, ma non è chiaro quale sia il suo contributo all’organizzazione domestica. Viene sottolineato che è comprensivo perché non si lamenta quando il cibo non è un granché, però neanche si rimbocca le maniche per mettersi lui a cucinare. Il suo pregio principale sembra essere di non rompere eccessivamente le scatole, il che, va detto, in un matrimonio di decenni è una qualità da non sottovalutare.

Mi è piaciuta molto la descrizione del rapporto di Deb con la madre Anne, inizialmente conflittuale ma poi sempre più improntato sulla comprensione e il crescente rispetto, man mano che la figlia si trova ad affrontare sfide e frustrazioni già vissute dalla madre.

Personalmente non mi ritengo una persona molto spirituale, però ho apprezzato la rappresentazione della fede come una fonte di conforto e di ispirazione e non come una costrizione; Deb e la sua famiglia non vivono come un peso l’aderenza alle regole della fede ebraica. Ad esempio il non utilizzare alcuna tecnologia o non svolgere alcun lavoro durante il riposo dello shabat non è descritto come una rinuncia, quanto come una vacanza pregustata tutta la settimana, e nel mondo lavorativo che tende a risucchiare ogni momento ed energia, le regole secondo cui Deb vive sono anche i punti fermi che fanno sì che non scenda a compromessi sul proprio tempo oltre una certa soglia.

Penso che la rappresentazione del mondo ebraico, in particolare ortodosso, nei media mainstream sia caratterizzato quasi esclusivamente da storie di persone che scappano dalla comunità per vivere “liberamente” (per esempio la serie Unorthodox: https://themantovanis.blog/2020/04/15/la-serie-di-netflix-di-cui-tutti-stanno-parlando-unorthodox-ecco-le-nostre-impressioni-review-of-unorthodox-tv-series-netflix/), e consiglio questo romanzo a chi vuole sentire anche l’altra campana.

Lo consiglio inoltre ad ogni madre lavoratrice e a tutti i manager e lavoratori delle risorse umane che parlano di inclusività e valorizzazione delle differenze, chissà che non trovino qualche spunto.

“The Orthodox Key” is a novel by Gheula Canarutto Nemni. It is available on Amazon in paperback and ebook format.

Debora “Deb” Recanati is a brilliant student on the threshold of her high school graduation exam and an Orthodox Jew living in Milan. One day, she receives a proposal for a shidduch (i.e. a meeting with a young man with the prospect a possible marriage) with Nathan Stern, the community’s heartthrob, with whom she falls madly in love, reciprocated. Against her mother’s wishes, who would like her to graduate and become professionally successful before the wedding, Deb decides to marry him immediately; however, her mother Anne makes the newlyweds promise (with a signed contract) that Deb will have to graduate and that her degree will not just sit on a wall collecting dust.

After a few domestic misadventures and the initial disorientation of reconciling the roles of wife and model student, Deb brilliantly graduates high school and enrols in Economics and Business Studies, where the difficulties begin: entering the university world coincides with her first pregnancy (she will have five kids throughout the novel), and the institution does not seem to foresee the possibility that a student can also be a mother.

The job market is even worse: after a degree and a master’s degree, Deb finds herself in a competitive and ruthless universe that sees the presence of children as an uncomfortable handicap that clips the wings of any professional ambition.

The novel offers a glimpse of life in the world of Jewish orthodoxy in Italy, where time is marked by mitzvot, the precepts to be followed that govern even the most everyday aspects of life, from strictly kosher food to the ritual of morning ablutions.

The fact that the book is set in Milan makes Deb’s life seem a bit foreign, because of this attention to making sure that every action follows these precepts, but also extremely familiar, with, for example, the children playing with Lego and crayons and the family eating pizza to boost their morale as in any Italian home.

I admit that when I started reading I did not expect to find such an accurate description of the relationship between mothers and the Italian world of work, which is something that concerns every woman with children, regardless of her religion (or lack thereof).

From the request for a signed blank resignation to be used in case of pregnancy, to the missed promotions “because you don’t do overtime” (and be thankful that at least we let you work), to the hard work of research and dissemination cannibalised and passed off as their own by bosses more committed to their public relations, Deb’s situation is a perfect illustration of the total lack of real meritocracy of a system that seems created to oust those who have a life with commitments outside the work machine and therefore cannot be squeezed to the last drop.

Particularly apt is also the detail of the hypocrisy of the managers who, on the one hand, praise the alternative and soft skills that those who are familiar with the work of care and domestic organisation often possess to a greater extent than those who have never dealt with it, but at the same time exclude those who have them.

In fact, Deb’s problem, like that of most mothers, is not that she cannot do the work she is paid to do, which she is very good at: what she cannot do is build up the image of the worker who devotes themselves exclusively to the company (or, in her case, to the university), pretending not to exist outside of their profession.

Deb’s working life is not a story with a happy ending, even if it is a story of redemption, perhaps because there can’t really be a happy ending in a sick system; what remains at the end is a sense of hope combined with a lot of bitterness for the injustice of a world that ultimately rejects all women, from those who conform to the dominant mentality to those who are more non-conformist.

The story is presented as a work of fiction, but it is written in the form of a memoir, and it is up to the reader to ask how much is autobiographical and how much is not.

In my opinion ‘The Orthodox Key’ is, contrary to my expectations, probably a source of my own prejudice, an extremely feminist story, albeit of a different kind of feminism from the mainstream (in the sense of liberal and basically capitalist) type.

I found the very marked separation between the sexes unusual: Deb’s family world is substantially matriarchal, characterised by the relationship between mothers, children, mothers-in-law, and men are almost absent.

Deb’s husband, Nathan, is portrayed as a positive figure who appears occasionally to say something encouraging, but it is not clear what contribution he makes to the household organisation. It is emphasised that he is sympathetic because he doesn’t complain when the food isn’t great, but neither does he roll up his sleeves to do the cooking. His main virtue seems to be that he doesn’t bother Deb too much, which, it has to be said, in a marriage of decades it’s a quality not to be underestimated.

I really liked the description of Deb’s relationship with her mother Anne, initially conflicted but then increasingly based on understanding and growing respect as the daughter faces challenges and frustrations already experienced by her mother.

Personally, I don’t consider myself a very spiritual person, but I appreciated the portrayal of faith as a source of comfort and inspiration and not as a constraint; Deb and her family don’t experience adherence to the rules of the Jewish faith as a burden. For example, not using any technology or doing any work during the Shabbat holiday is not portrayed as a renunciation, but rather as a holiday that is anticipated all week, and in the working world that tends to suck up every moment and energy, the rules Deb lives by are also the stepping stones that ensure she does not compromise on her time beyond a certain threshold.

I think the portrayal of the Jewish world, particularly Orthodox, in mainstream media is almost exclusively characterised by stories of people running away from the community to live “freely” (as in the Unorthodox series: https://themantovanis.blog/2020/04/15/la-serie-di-netflix-di-cui-tutti-stanno-parlando-unorthodox-ecco-le-nostre-impressioni-review-of-unorthodox-tv-series-netflix/), and I recommend this novel to anyone who wants to hear the other side as well.

I also recommend it to every working mother and to all managers and HR workers who talk about inclusivity and valuing differences; who knows, they might find some inspiration.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: