Recensione di “Spare”- Principe Harry (J. R. Moehringer) / Review of “Spare” by Prince Harry (J. R. Moehringer)

“Spare” è l’autobiografia del Principe Harry, scritta in realtà dal Premio Pulitzer J. R. Moehringer, già ghostwriter di “Open”, l’autobiografia di Agassi.

La narrazione di Harry inizia dal giorno della morte della madre, Lady Diana, rincorsa dai paparazzi fino all’incidente stradale a Parigi, e termina alla morte della Regina Elisabetta, nell’epilogo.

Nel corso del libro, Harry ripercorre la sua infanzia e adolescenza, poi il servizio militare e infine la storia d’amore con la moglie, l’attrice Meghan Markle, e il loro allontanamento dal palazzo; viene dato particolare risalto al suo rapporto travagliato con il fratello William (“Willy”, l’erede al trono) e il padre Carlo, nonché alla relazione tra la monarchia inglese e la stampa.

Già dalla sua uscita, il libro ha fatto record di vendite, diventando il libro non fiction più venduto della Gran Bretagna.

Inizio subito col dire che il libro è scritto molto bene, è sorprendentemente scorrevole e avvincente, e nonostante la mole si legge molto velocemente.

Segnalo che ho letto il libro in lingua originale quindi le traduzioni di alcuni passaggi e espressioni potrebbero essere diverse dalla versione italiana.

Leggere il resoconto della vita reale da parte di un principe è… bizzarro.

Harry sembra disperato di dare al pubblico la sua versione della verità: il motto del palazzo reale che gli viene ripetuto alla nausea è “mai lamentarsi, mai dare spiegazioni”, e quando finalmente ha la possibilità di dire la sua sembra che la diga che ha tenuto a bada il suo astio così a lungo sia crollata per lasciare emergere un’alluvione di risentimento.

I problemi che sembrano piagare la sua esistenza sono il confronto con il fratello, l’interesse della stampa nei suoi confronti e il trauma irrisolto della morte della madre.

Harry si lamenta di essere “la riserva”, il figlio minore, trattato come se fosse anche di minore importanza rispetto all’”erede”. Ogni piccola differenza di trattamento rispetto a William, dal protocollo di sicurezza per i voli, alla stanza occupata a Balmoral (“quella di Willy era più grande, ma io non mi sono mai offeso per questo”… e allora perché tirarlo fuori a distanza di 30 anni?) viene riportata al lettore come un’imperdonabile ingiustizia.

A William viene rimproverato di non essergli stato vicino a Eton (perché aveva già il suo giro di amici e non aveva voglia di stare dietro al fratellino, una dinamica abbastanza comune tra fratelli), di aver riso quando Harry si è rasato la testa per scherzo invece di intuire che avrebbe dovuto confortarlo; Harry sottolinea spesso come William veda di cattivo occhio ogni successo di Harry e lascia intendere che sotto sotto sia geloso del fratello minore, tesi che in realtà non risulta particolarmente convincente.

L’impressione che ha il lettore è che William sia concentrato sui suoi problemi “da erede” e non abbia tanta voglia di stare dietro alle bizze del fratello; solo in un’occasione vengono riportate le sue parole su come a Harry sia sempre stato fatto passare tutto mentre lui sia stato sottoposto a un livello di pressione e di scrutinio molto più alto, cosa che lascia intuire che la sua versione degli eventi sarebbe molto diversa.

Il rapporto con la stampa è sicuramente quello a cui viene dedicata la maggior parte dello spazio nel libro.

Harry, comprensibilmente, vista la triste fine della madre, non riesce a superare l’odio che ha nei confronti dei paparazzi; allo stesso tempo sembra ricordare con tormentata precisione ogni riga che sia stata scritta nei suoi confronti.

Nonostante il saggio consiglio del padre (“Non leggerli, mio caro ragazzo”), Harry sembra intenzionato a usare la sua biografia per confutare ogni singolo articolo uscito nei tabloid su di lui: la stampa è rea di averlo rappresentato come il fratello meno intelligente, quello scapestrato e dipendente dalle droghe.

Il risultato tuttavia non credo sia quello sperato: nonostante la sua indignazione per essere stato descritto come dipendente dalle droghe e utilizzatore di cocaina, dopo essersi sfogato per molte pagine su come i tabloid se la prendessero con lui perché era stato inquadrato come capro espiatorio eccetera, nel paragrafo successivo conferma che in effetti, nonostante i suoi sforzi, non riusciva a limitare il consumo di erba, e aveva effettivamente fatto uso di cocaina. L’effetto che ottiene è quindi di rendere i tabloid paradossalmente più credibili.

Gli articoli che riportavano (anche qui, correttamente) che si fosse rasato la testa e si fosse fatto male giocando a rugby vengono paragonati alla “tortura di un bambino” e i singoli cronisti vengono menzionati con anagrammi e soprannomi, con un livello di rancore paragonabile a quello di Shakira verso Piqué e la sua nuova fidanzata.

La sua posizione sembra essere che la stampa non dovrebbe proprio esistere in generale e tutti quelli che sono riusciti a stabilire con essa un rapporto positivo nel corso degli anni (in particolare Carlo e la “perfida” Camilla) vengono trattati da traditori.

Un altro elemento che è presente in quasi ogni pagina del libro è il ricordo della madre Diana: Harry evidentemente non sembra essere riuscito a elaborare il lutto in modo sano. Nel romanzo racconta di come per anni non sia riuscito né a piangere né a parlare di lei, mettendo tutti i suoi ricordi dietro a un muro (che viene poi fatto crollare da una terapista consigliata dalla moglie) e allo stesso tempo di come si fosse convinto per anni che la madre non fosse realmente morta ma che si fosse solo nascosta per sfuggire alle pressioni della stampa.

I suoi anni sembrano scanditi non dal normale calendario, ma da ricorrenze legate a Diana: l’anniversario della sua morte, il suo compleanno, la ricorrenza di qualche evento a cui lei aveva partecipato, eccetera.

Nel corso del libro Harry sembra proiettare questo suo bisogno di una figura materna su molte delle donne che incontra, fino a culminare con l’innamoramento per la moglie, dipinta come una figura angelica e sensibile, del tutto priva non solo dei difetti attribuitegli dai tabloid, ma proprio di difetti in generale.

Nonostante questo aspetto tragico della sua storia, non posso dire di aver avuto grande simpatia per Harry nel corso della lettura: il principe sembra essere completamente egocentrico, ignaro del proprio privilegi, concentrato solo sui piccoli sgarbi che sente di aver ricevuto (dalla camera al piano terra in cui viene sistemato a Natale, al vicino che gli parcheggia il macchinone troppo vicino alle finestre- giuro-, alle lampade Ikea di casa sua, quando William invece ha tutto l’arredamento firmato eccetera).

Nonostante le più di 600 pagine del libro, non sembra prendersi mai la responsabilità dei suoi problemi.

Per il famigerato episodio in cui si era vestito da nazista vengono incolpati William e Kate che, a suo dire, lo avrebbero incoraggiato a indossare il costume; quando viene beccato nudo a Las Vegas con quelle che sono state definite prostitute in realtà stava solo giocando a strip-biliardo con delle amiche, eccetera.

I suoi insuccessi accademici sono colpa della sua delicata situazione: Harry dichiara di non riuscire a studiare storia perché le vicende della Gran Bretagna sono troppo intimamente legate alla storia della sua famiglia, cosa che gli causa cattivi ricordi; leggere Shakespeare gli è impossibile perché la vicenda di Amleto, che perde un genitore e vede l’altro risposarsi, è troppo simile alla sua; in generale leggere (a parte, evidentemente, i tabloid) gli è impossibile perché la concentrazione gli riporta a galla le emozioni irrisolte legate alla madre, tanto che dichiara di aver apprezzato un unico libro (“Uomini e Topi” di Steinbeck) in virtù della sua brevità, e si sente inferiore a Meghan che viene definita colta per aver letto “Mangia, Prega, Ama”, “un vero libro”.

Anche quando è braccato dai paparazzi, poi, non può esimersi dall’uscire a fare baldoria perché, come un’eroina di Jane Austen, ragiona, “se non fosse uscito mai, come altro avrebbe potuto incontrare il suo vero amore?” (poche pagine dopo racconterà di come è entrato in contatto con Meghan attraverso Instagram).

Nonostante la sua insistenza sull’importanza del duro lavoro, non sembra rendersi conto che quasi tutto il suo “lavoro” sembra essere dettato da una necessità di tenerlo buono più che da un suo effettivo contributo: per esempio nell’esercito gli viene detto che devono trasferirlo a un lavoro molto ambito perché ritenuto sufficientemente sicuro per la sua incolumità e parla dei suoi sforzi per ottenere le necessarie qualificazioni, senza apparentemente considerare che con la sua insistenza a voler andare in zone di guerra sta di fatto rubando un posto sicuro a soldati già qualificati, per cui l’alternativa a quell’impiego non è stare a palazzo a fare beneficienza ma andare in prima linea a combattere e, in alcuni casi, morire.

Harry in un passaggio difende l’istituzione della monarchia, dicendo che secondo lui è un buon investimento perché si ripaga attraverso il turismo che porta alla nazione, senza mettere in relazione questo apparente ritorno economico allo status di personaggio pubblico che viene richiesto ai reali.

Da una parte dichiara di non desiderare altro che normalità e anonimato, dall’altra sembra essere disperato di rimanere “rilevante” nella vita di palazzo, tanto da recriminare a Camilla di aver cercato di metterlo da parte quando lei suggerisce a lui e Meghan di andare a vivere per qualche tempo alle Bermuda.

Anche se evidentemente desidera essere benvoluto e dipinto in chiave positiva, per il pubblico inglese che legge i tabloid, i suoi sudditi (per così dire, visto il suo tragico status di riserva), non sembra avere altro che parole di disprezzo per aver creduto alle “bugie” della stampa.

Al termine della lettura, inoltre, so ben più di quanto mai abbia desiderato sulle vicende del pene di Harry, dalla circoncisione, il congelamento al Polo Nord, e le volte in cui si è fatto pipì addosso in età adulta.

Inaspettatamente invece, nonostante l’antagonismo del narratore, emerge un ritratto toccante e persino tenero del padre Carlo, che appare come un uomo gentile, innamorato di Shakespeare e della letteratura inglese, appassionato di musica e di cura del suo giardino, ancora segnato dal bullismo subito nell’infanzia, che nonostante i suoi sforzi per essere comprensivo e di supporto al figlio minore, non sembra riuscire a capire completamente tutto il suo tormento interiore.

In conclusione, l’insegnamento che ho tratto da questo libro è che la massima dello spin doctor reale, “mai lamentarsi, mai dare spiegazioni”, è probabilmente un ottimo consiglio.

“Spare” is Prince Harry’s autobiography, ghostwritten by Pulitzer Prize winner J. R. Moehringer, former ghostwriter of “Open,” Agassi’s autobiography.

Harry’s narrative begins from the day of the death of his mother, Lady Diana, chased by paparazzi to the car accident in Paris, and ends at the death of Queen Elizabeth, in the epilogue.

In the course of the book, Harry traces his childhood and adolescence, then his military service and finally the romance with his wife, actress Meghan Markle, and their estrangement from the palace; special emphasis is given to his troubled relationship with his brother William (“Willy,” the heir to the throne) and his father Charles, as well as the relationship between the British monarchy and the press.

Already since its release, the book has made record sales, becoming Britain’s best-selling nonfiction book.

I begin immediately by saying that the book is very well written, surprisingly smooth and engaging, and despite its bulk it reads very quickly.

Reading a prince’s account of royal life is … bizarre.

Harry seems desperate to give the public his version of the truth: the royal palace motto that is repeated to him ad nauseam is “never complain, never explain,” and when he finally gets a chance to have his say it seems as if the dam that has kept his rancor at bay for so long has collapsed to let a flood of resentment emerge.

The problems that seem to plague his existence are the confrontation with his brother, the press interest in him, and the unresolved trauma of his mother’s death.

Harry complains of being “the Spare,” the youngest son, treated as if he were even of lesser importance than the “Heir.” Every little difference in treatment from William, from flight safety protocol to the room occupied at Balmoral (“Willy’s was bigger, but I never took offence in that” — so why bring it up 30 years later?) is brought back to the reader as an unforgivable injustice.

William is blamed for not being friends with him at Eton (because he already had his own circle of friends and did not feel like keeping up with his little brother, a fairly common dynamic between brothers), for laughing when Harry shaved his head as a joke instead of sensing that he should have comforted him; Harry often points out how William frowns on any successes of Harry’s and suggests that underneath he is jealous of his younger brother, a thesis that is actually not particularly convincing.

The reader’s impression is that William is focused on his “heir” problems and has little desire to keep up with his brother’s tantrums; only on one occasion are his words reported about how Harry has always been given a pass on everything while he has been subjected to a much higher level of pressure and scrutiny, which suggests that his version of events would be very different.

The relationship with the press is certainly the one to which most of the space in the book is devoted.

Harry, understandably, given the tragic end of his mother, cannot overcome his hatred of the paparazzi; at the same time he seems to remember with excruciating precision every line that was written about him.

Despite his father’s sage advice (“Don’t read it, my darling boy”), Harry seems intent on using his biography to refute every single article that has come out in the tabloids about him: the press is guilty of portraying him as the “thick” brother, the one who is wild and addicted to drugs.

The result, however, I do not think is as hoped: despite his indignation at being portrayed as a drug addict and cocaine user, after venting for many pages about how the tabloids were picking on him for being framed as a scapegoat, etc., in the next paragraph he confirms that in fact, despite his best efforts, he could not curb his pot use, and had indeed been using cocaine. The effect it achieves is thus to make the tabloids paradoxically more credible.

Articles reporting (again, correctly) that he had shaved his head and hurt himself playing rugby are likened to “torturing a child,” and individual reporters are referred to with anagrams and nicknames, with a level of rancor comparable to Shakira’s toward Piqué and his new girlfriend.

His position seems to be that the press really should not exist in general, and all those who have managed to establish a positive relationship with it over the years (especially Charles and the “wicked” Camilla) are portrayed as traitors.

Another element that is present on almost every page of the book is the memory of his mother Diana: Harry evidently does not seem to have been able to grieve in a healthy way. He recounts in the novel how for years he could neither cry nor talk about her, putting all his memories behind a wall (which is later brought down by a therapist advised by his wife) and at the same time how he had been convinced for years that his mother was not really dead but only hiding to escape press pressure.

His years seem to be marked not by the normal calendar but by anniversaries related to Diana: the anniversary of her death, her birthday, the anniversary of some event she had attended, and so on.

Over the course of the book Harry seems to project this need of his for a mother figure onto many of the women he meets, culminating in his falling in love with his wife, portrayed as an angelic and sensitive figure, completely devoid not only of the flaws attributed to him by the tabloids, but also of flaws in general.

In spite of this tragic aspect of his story, I cannot say that I had much sympathy for Harry in the course of reading: the prince seems to be completely self-centered, oblivious to his own privilege, focused only on the little snubs he feels he has received (from the ground-floor room he is put up in at Christmas, to the neighbor who parks his big car too close to his windows-yes-, to the Ikea lamps in his house, when William instead has all the designer furniture, etc.).

Despite the book’s 600-plus pages, he never seems to take responsibility for his problems.

For the infamous episode where he dressed up as a Nazi, William and Kate are blamed, because he says encouraged him to wear the costume; when he was caught naked in Las Vegas with what were called prostitutes he was actually just playing strip billiards with friends, etc.

His academic failures are the fault of his delicate situation: Harry claims he cannot study history because the events of Britain are too intimately linked to his family history, which causes him bad memories; reading Shakespeare is impossible for him because the story of Hamlet, who loses one parent and sees the other remarry, is too similar to his own; in general reading (apart, evidently, from tabloids) is impossible for him because concentration brings back unresolved emotions related to his mother, so much so that he claims to have enjoyed only one book (“Of Mice and Men” by Steinbeck) by virtue of its brevity, and he feels inferior to Meghan who is called cultured for reading “Eat, Pray, Love,” “a real book.”

Even when hounded by paparazzi, then, he cannot refrain from going out partying because, like a Jane Austen heroine, he reasons, “if he had never gone out, how else could he have met his true love?” (a few pages later he will tell how he got in touch with Meghan through Instagram).

Despite his insistence on the importance of hard work, he does not seem to realize that almost all of his “work” seems to be dictated by a need to keep him busy rather than his actual contribution: for example, in the army he is told that they have to transfer him to a highly coveted job because it is deemed sufficiently safe for his safety, and he talks about his efforts to get the necessary qualifications, apparently without considering that by his insistence on going to war zones he is in fact stealing a safe place from already qualified soldiers, so the alternative to that employment is not to stay in the palace and do charity work but to go to the front lines to fight and, in some cases, die.

Harry in one passage defends the institution of the monarchy, saying he thinks it is a good investment because it pays for itself through the tourism it brings to the nation, without relating this apparent economic return to the public figure status that is demanded of royals.

On the one hand he declares that he wants nothing more than normalcy and anonymity, and on the other he seems to be desperate to remain “relevant” in palace life, so much so that he recriminates Camilla for trying to push him aside when she suggests that he and Meghan go live for some time in the Bermuda.

Although he evidently wishes to be well-liked and portrayed in a positive light, for the British public, his subjects (so to speak, given his tragic spare status), he seems to have nothing but words of contempt for believing the “lies” of the press.

By the end of the reading, moreover, I know far more than I ever wanted to about the vicissitudes of Harry’s penis, from circumcision, frostbite at the North Pole, and the times he peed his pants in adulthood.

Unexpectedly, however, despite the narrator’s antagonism, the book offers a touching and even tender portrait of his father Charles, who appears to be a kind man, in love with Shakespeare and English literature, passionate about music and tending his garden, still scarred by the bullying he suffered in childhood, and who despite his efforts to be sympathetic and supportive of his younger son, cannot seem to fully understand all his inner torment.

In conclusion, the lesson I took from this book is that the real spin doctor’s maxim, “never complain, never explain,” is probably very good advice.

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