Recensione di “Halgas” di Marina Milani

“Halgas” è un romanzo distopico YA, scritto da Marina Milani ed edito nel 2020 da Edikit.

In un mondo futuristico in cui l’emisfero meridionale è stato sommerso dagli oceani e quello settentrionale lotta contro desertificazione, malattie, inquinamento, guerre e mutazioni genetiche, i cittadini della grande metropoli di Midland hanno installato un chip sottopelle chiamato IPSE, che mostra loro una sorta di alter ego che tiene loro compagnia e controlla il loro umore tramite scariche di endorfine nei momenti più opportuni, oltre che a renderli sempre tracciabili.

Dorotea Spiritalis è una ragazzina di buona famiglia che è riuscita ad accedere soltanto a un’istruzione di Livello 2, dedicata alle materie umanistiche; il professor Matt Echo, l’altra voce narrante del romanzo, è invece un insegnante di Poesia che si ribella al sistema disattivando il proprio IPSE e facendo amicizia con l’hacker Hamsun. Dorotea è innamorata di Matt, e quando un giorno scopre che la polizia è sulle sue tracce, rischia tutto per avvertirlo. A quel punto, Dorotea, Matt, Hamsun e il barista Ta fuggiranno nell’isola nascosta degli Halgas, un’etnia marina creduta estinta ma invece ancora presente sulla Terra.

L’aspetto che più mi ha colpito e che ho trovato più interessante di questo romanzo è l’ambientazione futuristica, che va a toccare molti dei rischi più gravi del nostro pianeta: l’innalzamento dei livelli del mare uniti a una scarsità di acqua potabile, le pandemie che purtroppo sono già diventate una tragica realtà, nonché la tendenza dell’individuo, a cui viene negata la normale socialità, a rifugiarsi in se stesso aiutandosi con la tecnologia, in una continua distrazione che gli impedisca di concentrarsi sulla devastazione che lo circonda.

Mi è piaciuta moltissimo l’idea degli IPSE, a partire dal significato del nome latino, e l’attaccamento di Dorotea al proprio: quello tra la ragazza e il chip è un legame viscerale, che, sebbene spesso la faccia sentire sotto controllo, è anche un’importante fonte di conforto nei momenti di difficoltà.

Questa ambiguità espressa da Dorotea, con risvolti psicologici suggestivi (il suo IPSE assomiglia alla madre), è uno degli aspetti più intriganti del romanzo.

Ho trovato che la prima parte, ambientata a Midland, fosse quella più avvincente e ispirata.

La porzione del libro dedicata alla vita sull’isola degli Halgas mi ha ricordato un po’ Avatar, mentre la terza parte, ambientata nella città-penitenziario di Norrensk, vede un impennarsi dell’azione rispetto alle prime due.

Nonostante il ritmo serrato e tante idee interessanti a livello di world-building, ammetto di aver trovato lo stile un po’ scolastico; le motivazioni dei personaggi non sono sempre convincenti, e sembra che siano le esigenze di trama a guidare le loro azioni più che le loro scelte.

Dorotea sembra essere guidata soltanto dalla sua devozione verso Matt, eppure il suo amore per lui, dopo un crescendo di intensità, viene accantonato abbastanza velocemente senza che questo porti grandi conseguenze sulla trama; sebbene ciò possa essere realistico nella vita, mi è sembrato che a livello narrativo mancasse un momento di confronto o comunque di risoluzione del suo arco narrativo.

Il romanzo alterna le parti narrate dal punto di vista di Matt, in terza persona e passato remoto, con quelle raccontate dalla prima persona presente di Dorotea, e ho trovato questo continuo salto di tempi verbali un po’ straniante.

In conclusione, consiglio questo romanzo a un pubblico YA in cerca di una distopia con molti spunti di riflessioni sul nostro mondo attuale.

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