Recensione di “Uomini che maltrattano le donne” di Lundy Bancroft

“Uomini che maltrattano le donne” è un libro sulla violenza contro le donne scritto da Lundy Bancroft nel 2013, pubblicato in Italia dall’editore Vallardi nel 2024.

Si è trattato per me di uno di quei libri che ho letto e apprezzato, ma che ho dovuto affrontare con molte pause perché era davvero tosto, un pugno nello stomaco. Impossibile non stare male per chiunque sia capitato di avere a che fare con amiche o parenti con relazioni con uomini maltrattanti. È uno di quei libri che, personalmente, credo dovrebbero leggere tutte le donne, ma non solo, anche ogni uomo che abbia una donna a cui vuole bene nella propria vita. Soprattutto, dovrebbe essere una lettura fondamentale per chiunque abbia un ruolo nella tutela delle vittime di violenza: avvocati, magistrati, educatori, operatori dei servizi e, in modo particolare, assistenti sociali. Perché Bancroft fa una cosa estremamente importante: sposta l’attenzione dal comportamento della vittima al comportamento dell’uomo che maltratta: sembra una distinzione banale, ma così non è.

L’autore ha lavorato per anni con uomini violenti e racconta la propria esperienza maturata attraverso migliaia di casi, ed è proprio questa esperienza sul campo a rendere il libro così potente: Bancroft non si limita a descrivere la violenza, ma cerca di spiegare come pensa un uomo maltrattante, quali meccanismi utilizza, come giustifica ciò che fa, come interpreta la propria compagna e, soprattutto, come riesce a presentarsi all’esterno in modo completamente diverso da quello che mostra tra le mura domestiche.

Una delle cose che mi ha colpita maggiormente è la sua conclusione dopo circa duemila casi: sono pochissimi gli uomini maltrattanti che smettono davvero di maltrattare; quelli che cambiano non lo fanno semplicemente perché qualcuno ha detto loro che devono cambiare. Il punto centrale è molto più scomodo: perché un uomo violento interrompa realmente il proprio comportamento, deve assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto e affrontarne le conseguenze. Questo porta Bancroft a essere estremamente critico nei confronti dell’idea che un percorso riabilitativo, da solo, possa rappresentare una soluzione alla violenza. Se l’uomo non riconosce ciò che ha fatto, non abbandona le proprie giustificazioni e non sperimenta conseguenze concrete per le proprie azioni (a livello penale), il rischio è semplicemente quello di aggiungere un altro tassello alla sua capacità di apparire cambiato.

Il libro diventa, a mio avviso, particolarmente importante quando si parla di separazioni e affidamento dei figli. Bancroft dedica infatti una parte significativa alla questione della genitorialità degli uomini maltrattanti e alle conseguenze che la violenza sulla madre può avere sui bambini. È una delle parti che mi hanno fatto riflettere di più, anche perché mette in discussione un’idea che nel nostro sistema è stata spesso trattata quasi come un dogma: essere un padre non significa automaticamente essere un genitore sicuro. Un uomo può essere affettuoso con i propri figli, può desiderare di trascorrere tempo con loro e può contemporaneamente avere esercitato controllo, intimidazione o violenza sulla loro madre. Proprio questo è uno degli aspetti più difficili da comprendere quando si osservano queste situazioni dall’esterno: il comportamento che un uomo mostra come padre può essere molto diverso da quello che manifesta come partner, soprattutto nei primi anni.

Bancroft mette in discussione una delle convinzioni più radicate nel modo in cui vengono affrontate le separazioni: l’idea che la violenza esercitata sulla compagna e la capacità di essere padre siano due questioni sostanzialmente separate. Secondo lui, non lo sono affatto: il suo lavoro sulla genitorialità degli uomini che maltrattano mostra una sovrapposizione estremamente preoccupante tra violenza sulla partner e maltrattamento dei figli. Nelle sue pubblicazioni cita un tasso di abuso fisico dei bambini circa sette volte superiore tra gli uomini che maltrattano le proprie compagne rispetto agli uomini non violenti; per l’abuso sessuale indica un tasso circa sei volte superiore.

Questo non significa che ogni uomo che maltratta la propria compagna maltratterà necessariamente anche i figli. Significa che la storia di violenza contro la madre è un fattore di rischio che non può essere ignorato quando si valuta la sicurezza dei bambini.

Un uomo violento non smette necessariamente di essere violento perché la relazione finisce. In alcuni casi, la separazione può addirittura modificare le modalità attraverso cui esercita il proprio controllo. Bancroft descrive uomini che utilizzano i figli come strumenti per continuare a colpire la madre: minacciano di ottenere la custodia, fanno pressione attraverso le visite, cercano di mettere i bambini contro di lei, interferiscono con la sua genitorialità e utilizzano il rapporto padre-figlio per mantenere una forma di potere sulla ex compagna. È un passaggio fondamentale perché obbliga a distinguere due concetti che troppo spesso vengono sovrapposti: il diritto alla relazione con un figlio e la sicurezza di quella relazione. Bancroft non dice espressamente che ogni padre maltrattante debba essere automaticamente escluso dalla vita dei figli, la sua posizione è più complessa: il contatto può essere positivo per il bambino quando esistono condizioni di sicurezza adeguate, ma deve essere valutato tenendo conto della storia di violenza, del comportamento dell’uomo e del rischio che il rapporto con il figlio venga utilizzato per continuare l’abuso.

Una separazione tra due persone che litigano può essere gestita attraverso strumenti pensati per favorire collaborazione, comunicazione e condivisione delle responsabilità genitoriali. Ma che cosa succede quando uno dei due genitori non sta semplicemente “litigando”, bensì ha esercitato violenza, intimidazione e controllo sull’altro? Il problema, allora, non è più soltanto stabilire come dividere equamente il tempo con i figli; il problema è capire se quella presunta collaborazione sia realmente possibile, se il genitore violento sia in grado di rispettare i confini dell’altro genitore e, soprattutto, se il sistema di affidamento rischi di trasformarsi in un nuovo strumento attraverso cui continuare a esercitare controllo. Bancroft insiste proprio sulla necessità che le valutazioni di affidamento tengano conto della storia concreta dell’uomo e non si basino semplicemente sulla sua versione dei fatti. Secondo lui, per valutare il rischio occorre raccogliere informazioni da più fonti: dalla madre e dai bambini, ma anche da precedenti partner, documentazione giudiziaria e di polizia, servizi di tutela minorile, personale scolastico e altre persone che abbiano assistito ai comportamenti rilevanti.

Bancroft mette, inoltre, in guardia proprio dall’errore di considerare la separazione come la fine automatica del pericolo. In alcune situazioni, sostiene, il rischio può persino aumentare dopo la rottura della relazione. Non si tratta più di chiedersi semplicemente: “Il padre vuole vedere suo figlio?” La domanda dovrebbe essere molto più articolata: “Qual è la storia di quest’uomo? Come ha esercitato il proprio potere nella relazione? Come si comporta quando perde il controllo sulla partner? E il rapporto con il figlio può diventare uno strumento per continuare a esercitare quel controllo?” Leggendo Bancroft, viene spontaneo chiedersi se non siano proprio le domande che dovrebbero essere poste per prime.

Un’altra analisi che mi ha colpito tantissimo, che Bancroft inserisce nel libro attraverso delle domande, è quella se siamo davvero capaci di riconoscere la violenza quando non si presenta con il volto che ci aspettiamo. Il maltrattante descritto da Bancroft non è necessariamente l’uomo che tutti immaginano: può essere affascinante, premuroso, educato; può essere persino considerato un ottimo padre; può riuscire a conquistare la fiducia di chi gli sta intorno, può raccontare una storia nella quale lui è la vittima e la compagna è la persona “difficile”, “instabile”, “vendicativa” o “incapace di collaborare”.

Uomini che maltrattano le donne non è un libro facile da leggere, ancora meno da chiudere alla fine e farsi una notte di sonno tranquilli. Non perché sia difficile da leggere di per sé (anzi, è scorrevole, avvincente, con uno stile immediato e di facile comprensione) ma perché è difficile ciò che ci costringe a vedere. Ci obbliga a mettere in discussione alcune convinzioni rassicuranti: che basti parlare, denunciare, che una separazione faccia automaticamente cessare la violenza, che un uomo violento possa essere semplicemente “un cattivo compagno ma un buon padre”, che la conflittualità tra due ex partner sia sempre simmetrica, che davanti a una coppia che si separa le responsabilità siano necessariamente distribuite in maniera equivalente. Soprattutto ci ricorda una cosa fondamentale: la violenza non è un conflitto di coppia, non è una discussione degenerata, un problema di comunicazione, una relazione nella quale “hanno sbagliato entrambi”. È una scelta di controllo e di potere: Bancroft insiste sulla parola scelta, rifiutando l’interpretazione dell’uomo malato di mente che non riesce a controllarsi.

Ho fatto un sacco di screenshot durante la lettura, ma più ancora delle singole frasi mi ha colpito l’analisi sulla strategia dell’uomo maltrattante e, ahimè, praticamente sempre mi sono trovata a dire “ehi, ma è proprio lui!” pensando ai casi che conoscevo. Alcune dinamiche diventano molto più facili da riconoscere: le giustificazioni, il ribaltamento delle responsabilità, il vittimismo, il bisogno di controllo, la trasformazione della vittima nella colpevole, la capacità di mostrarsi completamente diversi davanti agli altri come se indossasse una vera e propria maschera. Forse questo il più grande merito del libro: dare un nome a cose che, quando le vivi o le osservi da vicino, possono sembrare confuse e incomprensibili.

Per questo penso che Uomini che maltrattano le donne dovrebbe essere letto molto più di quanto non lo sia già: dalle donne, perché conoscere certi meccanismi può significare riconoscerli prima; dagli uomini, perché comprendere la violenza maschile significa anche imparare a riconoscerla e a non normalizzarla. Ma soprattutto da chi lavora nei tribunali e nei servizi sociali, perché quando in mezzo a una separazione ci sono violenza e controllo, non riconoscere la violenza può significare trasformare una situazione già pericolosa in qualcosa di ancora più pericoloso. E, ancora di più, per non sentire più dagli assistenti sociali frasi come “Un uomo violento può comunque essere un buon padre, la bigenitorialità è più importante.” Eh, forse no…

Vorrei dire ancora un sacco di cose su perché questo libro sia importantissimo e vada letto da tutti, ma non vorrei anticipare troppo.

Trovo superfluo alla fine di questa lunga recensione dire che lo consiglio, ma lo faccio ancora e con sentimento.

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