Recensione del romanzo “Poster girl” di Veronica Roth

Poster Girl” è un romanzo distopico scritto da Veronica Roth (l’autrice della saga di Divergent) e pubblicato in Italia dalla casa editrice Mondadori.

Per anni la Delegazione ha governato la megalopoli di Seattle-Portland-Vancouver imponendo ai cittadini un rigido codice morale e controllando ogni aspetto delle loro vite grazie a una tecnologia estremamente avanzata. Tra i simboli di quel regime c’era anche Sonya Kantor, figlia di uno dei suoi esponenti più importanti e diventata celebre, ancora adolescente, come volto della propaganda: la “Poster Girl” (ragazza poster).

Tuttavia, la rivoluzione ha ribaltato ogni cosa: la Delegazione è stata sconfitta e chiunque ne facesse parte, insieme alle rispettive famiglie, è stato confinato nell’Apertura, un quartiere-prigione dal quale è impossibile uscire. Anche Sonya vive lì da anni, pagando per il passato della sua famiglia, che ora non è più in vita.

La sua occasione arriva dieci anni dopo, quando le viene offerto un patto: ritrovare Grace Ward, una bambina sottratta anni prima alla sua famiglia dalla Delegazione, in cambio della libertà. Costretta a lasciare l’Apertura per la prima volta dopo anni, Sonya si ritroverà in una città profondamente cambiata, dove nulla è come lo ricordava, mentre la ricerca di Grace si trasformerà presto in un’indagine che la porterà a fare i conti con i segreti del vecchio regime, con le ombre del nuovo governo e con verità sul proprio passato. Chi la guida nella sua missione è Alexander, fratello del suo fidanzato di allora (anche lui morto tragicamente) e uno dei primi a tradire la propria famiglia per appoggiare la rivoluzione, cosa che renderà Sonya ancora più in difficoltà.

Ammetto che questo libro mi ha sorpresa: mi aspettavo una classica distopia, invece Veronica Roth ha costruito una storia in cui la parte investigativa è centrale e funziona davvero bene. Per buona parte del romanzo si segue l’indagine insieme a Sonya: si raccolgono indizi, si incontrano personaggi che sembrano nascondere qualcosa e, capitolo dopo capitolo, il mistero si fa sempre più intricato. La componente mystery non è semplicemente un contorno alla storia, ma il vero motore della narrazione, tanto che spesso ci si dimentica di essere all’interno di una distopia.

Un altro aspetto che ho trovato molto interessante è il punto di vista scelto dall’autrice. Nella maggior parte dei romanzi distopici il protagonista è un ribelle che combatte contro il sistema; qui, invece, succede l’esatto contrario: seguiamo una ragazza che apparteneva alla classe privilegiata della dittatura, cresciuta credendo nella Delegazione e diventata addirittura il volto della sua propaganda. Quando il regime cade, però, la situazione si ribalta completamente. I rivoluzionari hanno vinto, ma non assistiamo alla loro lotta: la rivoluzione è già avvenuta e noi osserviamo le conseguenze attraverso gli occhi di chi si ritrova dalla parte degli sconfitti. È un cambio di prospettiva che ho apprezzato molto perché permette di riflettere sul concetto di responsabilità delle proprie azioni e sul condizionamento, senza dividere il mondo semplicemente in buoni e cattivi.

Anche l’ambientazione mi è piaciuta: la tecnologia immaginata da Veronica Roth è parte integrante della società e contribuisce a creare un’atmosfera inquietante, in cui il controllo delle persone passa attraverso strumenti sofisticati e pervasivi. Non si tratta di una fantascienza particolarmente tecnica, ma gli elementi sci-fi sono ben inseriti e funzionano all’interno della storia, in particolare i DesCoin, un sistema di incentivi a crediti (punti) che sotto la Delegazione si accumulavano facendo la cosa giusta (e perdendoli facendo quella sbagliata). Questo sistema avveniva direttamente nel cervello, attraverso l’Impianto che ogni persona aveva dentro la testa, configurando un controllo completo, partendo dai pensieri. Altrettanto interessante il fatto che a Sonya, dopo la sconfitta della Delegazione, l’Impianto funzionante manchi, poiché non la faceva sentire sola.

Lo stile è immediato, con una narrazione in prima persona presente molto immersiva, cosa che contribuisce a rendere il romanzo scorrevole (io l’ho finito in pochissimo tempo con grande piacere).

In conclusione, si tratta di un romanzo distopico insolito con una componente investigativa notevole e personaggi ben costruiti e a trecentosessanta gradi. Assolutamente consigliato.

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