Recensione della prima stagione della serie tv “Star Trek: Starfleet Academy”

“Star Trek: Starfleet Academy” è una serie televisiva di fantascienza dell’universo di Star Trek, trasmessa nel 2026 su Paramount+. La serie non ha avuto molto successo, infatti si concluderà con la seconda e ultima stagione.

La storia è ambientata nel XXXII secolo, dopo gli eventi di Star Trek: Discovery: per intenderci, nella storyline del 3000 ecc… La trama segue il primo gruppo di cadetti della nuova Accademia della Flotta Stellare, riaperta dopo un lungo periodo di inattività a causa del Grande Fuoco, mentre affrontano il difficile percorso di formazione che li porterà a diventare ufficiali della Federazione. Tra lezioni, addestramento, amicizie e sfide personali, i protagonisti si troveranno coinvolti anche in una minaccia che rischia di compromettere il futuro dell’Accademia e della stessa Federazione. Nel cast figurano Holly Hunter nel ruolo dell’ufficiale Nahla Ake, Paul Giamatti nel ruolo del carismatico antagonista Nus Braka, Sandro Rosta nei panni del cadetto Caleb Mir, Robert Picardo che torna a interpretare il Dottore, Oded Fehr nel ruolo dell’ammiraglio Charles Vance e Tig Notaro, che riprende il personaggio dell’ingegnera Jett Reno.

Ho aspettato un po’ prima di vederla perché ero ancora piuttosto delusa dalle ultime stagioni di Star Trek Discovery, ma alla fine mi sono fatta coraggio e… pensavo peggio, ecco, ma comunque il prodotto non mi ha convinta.

La serie ha un sacco di buone idee. Tanto per cominciare va a prendere un’Accademia che non è il luogo tranquillo che ricordavamo nelle serie storiche. C’è stato il Grande Fuoco, l’isolazionismo di molti pianeti, la Federazione è stata quasi annientata, l’universo è completamente diverso. Serve il rinnovamento e la Federazione vuole ripartire con nuovi cadetti. Non solo, la storia si apre con uno scenario a dir poco distopico: Caleb Mir è un bambino che a causa della rigidità della Federazione vede sua madre legarsi al criminale Nus Braka, venire arrestata ed essere costretta a separarsi da lui per sempre. Chi emette questa sentenza separando la famiglia in modo ottusamente inflessibile è la protagonista, Nahla Ake, la stessa che sarà anni dopo chiamata a dirigere la nuova accademia. Ho trovato interessante vedere iniziare una serie tv di Star Trek con una Federazione “cattiva”.

Un’altra bella idea, secondo me, è stata inserire il ruolo dei fotonici… vabbè, gli ologrammi. Tra i nuovi cadetti, infatti, c’è SAM (Series Acclimation Mil, interpretata da Kerrice Brooks) che deve fungere da collegamento tra esseri fotonici e gli organici, riprendendo il testimone che novecento anni prima aveva lasciato il Dottore della Voyager. Anzi, il testimone non lo ha lasciato perché lui è ancora lì, meraviglioso come sempre e forse ancora più drammatico, nonostante il tono ironico che continua a mantenere.

L’elemento sicuramente più innovativo è il cambio di rotta: la serie tv punta ai giovani e infatti i protagonisti sono cadetti senza esperienza e con problematiche della loro età. Troviamo Genesis Lythe (Bella Shepard) della specie Dar-Sha, figlia di un ammiraglio che è offuscata dai successi del padre e che sogna la poltrona di capitano; Darem Reym (George Hawkins) della specie khioniana, competitivo e interessato a primeggiare ma che soffre per lo scarso interesse che la sua famiglia ha per lui; Jay-Den Kraag (Karim Diané), klingon che non ama la violenza; infine, Tarima Sadal (Zoë Steiner), una betazoide con poteri telepatici fuori dal comune. Tutti, con caratteristiche e obiettivi diversi, devono trovare il loro ruolo da giocare e, più in generale, il loro posto nell’universo.

Un altro elemento interessante è l’aspetto visivo. La serie è bella da vedersi, ben curata, con delle uniformi carine (non come quelle tristi delle ultime stagioni di Discovery) che vanno a riprendere leggermente quelle degli anni Sessanta (la gonna non lascia le gambe scoperte, è più comoda e funzionale, ma è un omaggio apprezzato).

Tante belle idee… ma la resa è spesso deludente.

Tanto per cominciare con i difetti, la serie è nell’universo di Star Trek ma ha poco in comune con le altre… sembra fatta da qualcuno che Star Trek, per come è sempre stato confezionato, lo odiava! Il registro dei dialoghi fa accapponare la pelle: hanno voluto “svecchiarla”, ma questo la renderà datata nel giro di pochi anni. Tutti parlano come il nostro tempo: troviamo parolacce a tutto andare, i personaggi si apostrofano con “Bro” e parlano di “ghostare”; non c’è nulla del modo aulico di esprimersi di Picard, di Spock o di qualunque altro membro della Flotta Stellare che abbiamo visto finora. L’effetto, secondo me, è terribile e deludente, e non riesce nemmeno a rendere il prodotto irriverente nel modo in cui c’era riuscito Lower Decks, ma solo squallido.

Non solo, tutto il passato di razze aliene e simili sembra essere volutamente accantonato. Ok, siamo mille anni dopo, e se Discovery ci aveva presentato un universo che non si era evoluto manco un po’, qui arriviamo a disconoscere tutto quello che avevamo imparato. Non capisco davvero il senso di prendere i Betazoidi che i fan hanno visto per tanto tempo e in tanti modi, per poi farli così diversi. Nella storia si sono isolati dalla Federazione per ben cento anni dopo il Grande Fuoco e quando ritornano non sembrano più loro: il Presidente del pianeta parla con la lingua dei segni statuitense perché è sordo… ma chissene frega, i Betazoidi hanno la telepatia. Dopo cento anni di isolamento la logica dice che avrebbero dovuto essere ancora più abituati a usarla, ma qui non lo fanno affatto, né hanno il ben che minimo problema a parlare. Lwaxana Troi in TNG era infastidita dal dover parlare, per lei era normale comunicare telepaticamente, ma qui evidentemente non va più bene. Tutta la questione della telepatia viene presentata come qualcosa di eccezionale e sembra solo l’occasione per parlare di una sorta di disabilità patinata. Tutto bene, per carità, ma inventati un’altra razza aliena: questi non sono i betazoidi. E, se proprio vuoi far vedere che sono cambiati, prenditi due minuti per spiegarlo, perché così fa storcere il naso.

In generale, la serie sembra ossessionata dal volersi discostare dalle origini: il klingon che vediamo non vuole combattere, non vediamo praticamente un vulcaniano se non per poco e senza approfondimento, nessun altro grande classico (no cardassiani, no androidi, no cambianti, no romulani, no andoriani, no trill, si intravede un bajoriano per due secondi), niente di niente. Viene da chiedersi, perché allora ambientarla nell’universo di Star Trek?

Questi comunque sono problemi “da fan”, ma la serie non è riuscita ad avvicinare neanche nuovi telespettatori e, secondo me, il motivo è la sua estrema superficialità nell’affrontare ogni tematica. I conflitti sono risolti con una velocità pazzesca, raramente arrivano all’episodio successivo. Il rapporto tra i personaggi è talmente poco costruito da farmi strabuzzare gli occhi: ad un certo punto un personaggio cerca di stabilire un rapporto con il Dottore e la cosa è molto tenera; alla fine capisci che è l’inizio di qualcosa che non vedi l’ora di vedere e… alt, la serie non ha intenzione di costruire nulla. Si va opportunamente in una dimensione in cui il tempo scorre più lentamente e i due tornano che hanno già un rapporto di anni e anni. E questo è letteralmente il meglio che sono riusciti a fare.

I ragazzi sarebbero anche simpatici, ma hanno lo spessore della carta velina; solo il protagonista Caleb ha un vero approfondimento, gli altri sembrano rappresentati solo dalla loro “difficoltà”, che al 99% dei casi si riassume in “famiglia difficile” e bon. Ogni tensione si conclude nell’apoteosi dei sogni adolescenziali in cui tutti si mettono in cerchio ad ascoltare e dire quanto il personaggio sia meraviglioso, mentre l’episodio finisce con le loro risate e abbracci. Persino Sylvia Tilly (Mary Wiseman) di Discovery appare solo per far fare un corso di teatro a tutti per superare i loro traumi: giuro, il suo personaggio me lo aspettavo da anni da insegnante e sta cosa mi ha lasciato davvero interdetta.

Veniamo adesso alla critica più gettonata, cioè che la serie sia woke e che siano tutti gay o appartenenti a qualche minoranza. Inutile girarci intorno, è così, ma devo dire che non è un gran problema e, forse, non ci avrei fatto neanche troppo caso se ci fosse stata una sceneggiatura forte sotto: ho notato anche io che non ci sono coppie stabili etero, ma la questione non è quella. Il punto è che le minoranze, ancora una volta, sembrano essere presenti come una check list da spuntare più che come personaggi da approfondire. Anche Jay-Den Kraag, il primo klingon gay, mi ha lasciata molto perplessa: non perchè sia gay, anzi, l’ho trovato interessante, perché i klingon ci sono sempre stati presentati un po’ machisti e anche un filo retrogradi sulle questioni di questo tipo. Cosa non mi ha convinto è che sia proprio lui, con la sua caratterizzazione di fragilità e di attacchi di ansia, ad essere il primo klingon gay: perché non poteva essere il primo klingon omosessuale uno più classico, il tipico seguace di Kahless? Era difficile non notare che Jay-Den era uno dei pochissimi personaggi maschili, l’unico tra i principali, a indossare la divisa con la gonnellina che mettono principalmente le donne. Insomma, mi ha lasciata piuttosto interdetta, nonostante abbia apprezzato la sua caratterizzazione differente. Sinceramente, mi è sembrato volessero dargli troppe caratteristiche “controverse” tutte insieme, facendo un pasticcio, e, ancora una volta, ho avuto l’impressione che spuntassero una casellina sulla check list del politicamente corretto.

Un’altra cosa che mi ha dato fastidio è come hanno buttato lì e non approfondito minimamente l’Accademia della Guerra: in pratica, dopo il Grande Fuoco è nata una nuova accademia, focalizzata sullo scontro e sulla guerra, che continua parallelamente a quella della Flotta Stellare. Si considerano più importanti e sono interessati ad essere principalmente dei guerrieri, sono obbligati a seguire corsi e a esercitarsi vicino a quelli dell’Accademia della Flotta Stellare, con la conseguente rivalità. Riprende molto il tema di Enterprise, quando Archer deve accogliere sulla nave soldati che vanno per combattere gli Xindi, rischiando di riportare indietro le idee utopiche di quel secolo: uno scontro tra il tema dell’esplorazione e del conflitto. Ebbene, qui la cosa non ha nessun impatto: l’unica cosa che tutto questo tema porta è… un episodio di battaglie di scherzi. E basta. Diresti che una cosa così grande abbia qualche ripercussione e invece no. Che poi a ben pensarci, a cosa serve l’Accademia della Guerra se, anche durante il Grande Fuoco, la Federazione non è stata in guerra con nessuno? Mah…

Altra cosa assurda, ogni problema enorme della Federazione, ogni questione diplomatica di altissimo livello viene risolta dagli studenti del primo anno. Insomma, non c’era una nave di classe elevata per risolverlo? I diplomatici? Qualunque ufficiale? No, sono sempre i cadetti del primo anno. E su, dai! Non dico fare i Ponti Bassi, ma almeno un po’ di verosimiglianza.

Ho lasciato per ultimo l’elemento che mi ha infastidita maggiormente: Nahla Ake, la protagonista. Mi dispiace, ma ho odiato ogni singola caratterizzazione del personaggio e dell’interpretazione di Holly Hunter, con le sue mossette e il suo stravaccarsi su ogni poltrona coi piedi scalzi in aria, totalmente inadatte per un’ufficiale della Flotta Stellare. Soprattutto ho odiato il suo essere sempre ammirata con amore da tutti, anche quando non fa assolutamente niente, se non lunghe introduzioni alla Grey’s Anatomy con la voce fuori campo, retorica all’inverosimile e orribilmente didascalica nel spiegarci quello che, forse, bastava lasciare sottinteso nei finali. Ogni suo discorso è lunghissimo, inutile e carico di buonismo, e riesce in pochi minuti a distruggere ogni buon episodio; a pensarci, se avessero tagliato il suo personaggio, le puntate avrebbero avuto una durata normale (e non quasi un’ora ogni volta, per carità!) e sarebbero state migliori.

In conclusione, Starfleet Academy me la sono guardata, guarderò anche la seconda stagione, ma rimane in bocca il sapore amaro di tante buone idee gestite malissimo, con superficialità e retorica; spero solo che nella seconda stagione riescano a dare una giusta conclusione a tutta questa accozzaglia di spunti non approfonditi… e che, soprattutto, non mi rovinino il mio amato Dottore, personaggio meraviglioso buttato lì senza spazio.

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