Star Trek: Discovery (stagioni 3-5): come distruggere una serie che sembrava destinata a diventare un classico

Quando uscì Star Trek: Discovery, ne rimasi conquistata: le prime due stagioni mi avevano fatta impazzire, anche nel loro discostarsi dal classico mondo di Star Trek. erano distopiche all’inizio, certo, non avevano molto della utopia di TNG, ma avevano avuto coraggio, avevano osato mettere in discussione i personaggi, li facevano sbagliare, li rendevano antipatici, contraddittori, umani.

Per questo avevo scritto una recensione entusiasta qui

Poi, con molta calma, ho recuperato la terza, la quarta e la quinta stagione e… sinceramente, non riesco a perdonare quello che hanno fatto a questa serie.

Partiamo dalla terza stagione, quella che alla fine salvo di più. L’idea di spedire la Discovery quasi mille anni nel futuro era ottima: la Federazione è ormai l’ombra di sé stessa dopo il Grande Fuoco, il misterioso evento che ha reso instabile il dilitio provocando la distruzione di migliaia di astronavi. L’universo è frammentato, la Federazione quasi scomparsa e nuove potenze, come la Catena di Smeraldo, controllano interi settori dello spazio.

Sulla carta era un nuovo inizio e in parte, secondo me, funzionava. Non nego di essere rimasta delusa dal lasciare la trama precedente, ma è giusto vedere cose nuove anziché vivere di prequel (che comunque adoro, eh!).

La terza stagione introduce nuovi personaggi come Book e Adira, ma inizia anche a perdere pezzi importanti: Georgiou esce di scena e Tilly, pur restando, viene lentamente relegata a un ruolo sempre più marginale, fino a diventare quasi inutile. Ma almeno vediamo un cambio di scenario: scopriamo una Terra diventata isolazionista e persino Vulcaniani e Romulani finalmente riuniti sullo stesso pianeta.

Sono idee affascinanti, il problema è che già qui qualcosa si rompe: le prime stagioni vivevano di conflitti morali, relativismo, decisioni difficili. Qui tutto diventa molto più semplice: la Discovery arriva e ricorda a tutti quanto sia bella la Federazione. C’è molto buonismo, pochissimi dubbi autentici e quasi tutti i personaggi iniziano ad appiattirsi.

L’unico che continua a crescere davvero è Saru, come sempre. Ma questa non è certo una sorpresa, perché era, secondo me, da sempre il personaggio migliore

La quarta stagione è, per me, il punto di non ritorno. La trama è inconsistente, il conflitto praticamente inesistente e tutto sembra costruito per dimostrare una sola cosa: quanto siano straordinari tutti i protagonisti.

Nessuno sbaglia davvero, nessuno prende decisioni discutibili, nessuno ha difetti. Ci sono piccoli momenti di crisi che durano cinque minuti, giusto il tempo di un discorso motivazionale, di un sorriso rassicurante e di un abbraccio… poi tutto torna perfetto.

E qui arriviamo al punto più delicato: negli ultimi anni Discovery è stata spesso criticata dai soliti ambienti che gridano al “woke”. Personalmente ho sempre trovato questa critica superficiale, perché Star Trek è inclusiva da sessant’anni: ha mostrato il primo bacio interrazziale della televisione americana, ha sempre raccontato diversità, minoranze, identità differenti. Non è mai stato quello il problema.

Il punto è che, dalla quarta stagione, l’inclusione sembra sostituire la caratterizzazione.I personaggi appartenenti a minoranze — neri, personaggi LGBTQ+, personaggi trans — vengono trattati come simboli più che come esseri umani. E questo, paradossalmente, secondo me, è l’opposto dell’inclusione. L’esempio perfetto è Stamets: è gay dalla prima stagione, ma prima era soprattutto Stamets: geniale, arrogante, sarcastico, spesso insopportabile; la sua omosessualità era semplicemente una parte del personaggio, non tutta la sua caratterizzazione. Dalla quarta stagione sembra che tutti debbano essere costantemente dolci, comprensivi, sorridenti, emotivamente perfetti: i difetti e i conflitti spariscono, e restano personaggi che sembrano esistere solo per rappresentare qualcosa. Ed è un peccato enorme, perché una vera rappresentazione consiste nel poter essere complessi, anche antipatici, egoisti, persino pieni di difetti, come Star Trek ha sempre saputo fare.

Il personaggio che paga più di tutti questa trasformazione è, indirettamente, Saru. Per quattro stagioni è stato il miglior ufficiale della Discovery, ha avuto un’evoluzione straordinaria, passando dalla paura cronica alla capacità di guidare un equipaggio, diciamocelo, era il capitano naturale. Perciò, quando finalmente ottiene il comando… glielo tolgono quasi subito con una scusa piuttosto debole.Perché? Per lasciare il posto a Michael Burnham, che, sulla carta, poteva anche diventare un grande capitano, ma… non così, non con l’evoluzione che le hanno dato.

Nelle prime stagioni Michael era stato uno dei personaggi più interessanti, benché criticato da molti. Era brillante, impulsiva, socialmente incapace perché cresciuta su Vulcano, spesso antipatica, faceva errori enormi (la guerra? Oops!). Magari era difficile volerle bene, ma era lei, un personaggio completo e a tutto tondo. Poi ciao, cambia completamente: dalla quarta stagione diventa una persona diversa, sempre gentile, sempre empatica, sempre pronta con la frase giusta, sempre capace di risolvere ogni situazione. Non sbaglia mai, non esita mai, non perde mai, non ha mai davvero bisogno del contributo degli altri. Ogni problema sembra esistere soltanto per dimostrare quanto Michael Burnham sia intelligente, sensibile, coraggiosa e indispensabile. Mi dispiace dirlo, ma è diventata la suprema signora di tutte le Mary Sue.

Il risultato è devastante, perché i personaggi perfetti sono terribilmente noiosi, soprattutto se devono ricordarti quanto sono perfetti in ogni episodio. E sì, sorride SEMPRE! Basta! Ho capito: hai un sorriso bellissimo, è vero, ma non serve mostrarlo ogni trenta secondi.

Un altro enorme problema riguarda il resto della plancia. Ricordate Detmer? Owosekun? Rhys? Bryce? Dopo cinque stagioni sappiamo pochissimo di loro. Sono lì, occupano una sedia, ogni tanto pronunciano una battuta tecnica. Fine. La Discovery avrebbe dovuto essere una serie corale, finisce invece per essere “The Michael Burnham Show”, con un gruppo di comparse che applaudono.

La quinta stagione parte decisamente meglio, secondo me: finalmente esistono dei veri antagonisti, ci sono ricerche, avventure, ma soprattutto scopriamo qualcosa di più sui Breen, una delle civiltà più misteriose dell’universo di Star Trek. Sembrava la stagione della rinascita e io ero super entusiasta man mano che gli episodi andavano avanti, e invece… Sul finale tutto torna a ruotare attorno a Michael Burnham, un’intera parte della stagione sembra costruita esclusivamente per ribadire quanto lei sia eccezionale. Una lunga e mortalmente noiosa celebrazione del personaggio. A un certo punto avevo davvero l’impressione che la serie stesse facendo l’agiografia della propria protagonista e lì ho perso definitivamente la pazienza.

Se devo salvare una cosa di queste ultime tre stagioni è ancora lui, Saru, il mio preferito. Doug Jones continua a regalare un personaggio elegantissimo, profondo, umano e credibile. Peccato che, per evitare di oscurare Michael, anche lui venga progressivamente messo da parte e trasformato soprattutto nel tenero romantico della situazione. Meritava molto di più, cavolo!

In conclusione, è difficile parlare male di una serie che ho amato tanto.Forse è proprio questo il motivo della delusione: Discovery aveva iniziato proponendo personaggi complessi, dilemmi morali e una fantascienza che faceva riflettere. Ha finito per raccontare un universo dove tutti sono costantemente meravigliosi, tutti hanno sempre ragione e ogni conflitto si risolve con un sorriso e un discorso motivazionale.

Secondo me, non è il concetto di inclusione ad aver rovinato la serie, come dicono molti, ma è l’aver sacrificato i personaggi sull’altare dei messaggi. Perché i personaggi non sono simboli, sono persone, e Star Trek, quello classico, questo lo aveva sempre capito.

Io ora dovrei recuperare Starfleet Academy, ma, dopo aver letto che è già stata cancellata tra critiche molto simili a quelle rivolte alle ultime stagioni di Discovery, parto con un entusiasmo prossimo allo zero e credo di aver bisogno di qualche mese ancora di decompressione per poterlo affrontare

Sono delusa e amareggiata, perché le prime due stagioni mi avevano davvero fatto credere che stesse nascendo uno dei migliori Star Trek dell’era moderna. Invece hanno preso una serie bellissima e, stagione dopo stagione, l’hanno smontata pezzo per pezzo. E questa è una cosa che non riuscirò mai a perdonare.

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